Israele, quinta settimana di proteste a Tel Aviv contro la riforma della giustizia di Netanyahu

Cinque sabati di fila: la piazza di Tel Aviv non si ferma
La protesta contro la riforma giudiziaria è un appuntamento settimanale dall'insediamento del governo a dicembre.

Sotto la pioggia di un sabato sera di inizio febbraio, migliaia di israeliani hanno riempito le strade di Tel Aviv con bandiere blu e bianche, portando avanti una protesta che ormai scandisce le settimane come un rito civile. Il bersaglio è il governo di Benyamin Netanyahu, il più a destra nella storia del Paese, e la riforma del sistema giudiziario che intende varare. Nella lunga vicenda di una democrazia che si interroga su se stessa, la piazza appare come il luogo in cui una società prova a difendere i propri contrappesi, mentre il futuro delle istituzioni resta ancora in bilico.

Sabato 4 febbraio, sotto la pioggia, migliaia di israeliani hanno attraversato il centro di Tel Aviv con bandiere blu e bianche. Era la quinta settimana consecutiva di mobilitazione contro il governo guidato da Benyamin Netanyahu e contro la riforma del sistema giudiziario annunciata dall'esecutivo.

Il maltempo non ha fermato il corteo. Tra i cartelli comparivano slogan che definivano il nuovo governo una "minaccia alla pace mondiale" e invitavano a salvare la democrazia israeliana da Netanyahu. Le manifestazioni sono ormai un appuntamento fisso del sabato sera, da quando l'esecutivo, considerato il più a destra della storia di Israele, si è insediato alla fine di dicembre.

Secondo i media locali le proteste si sono estese a 20 città del Paese. Tra i presenti anche l'ex premier Yair Lapid, ad Haifa, che in un video ha dichiarato: "Salveremo il nostro Paese perché non siamo disposti a vivere in uno Stato non democratico". Resta da vedere se la partecipazione crescerà nelle prossime settimane e come risponderà il governo.

Sabato 4 febbraio, sotto la pioggia, migliaia di israeliani hanno attraversato il centro di Tel Aviv con in mano bandiere blu e bianche. Era la quinta settimana consecutiva di mobilitazione contro il governo di destra guidato dal primo ministro Benyamin Netanyahu e contro la riforma del sistema giudiziario che l'esecutivo ha annunciato.

Il maltempo non ha fermato il corteo. Tra i cartelli ce n'era uno che definiva il nuovo governo una "minaccia alla pace mondiale"; un altro invitava a "salvare la democrazia di Israele da Netanyahu". Sono i toni di una protesta che si presenta come difesa dell'assetto democratico del Paese.

Quello di sabato non è stato un episodio isolato. Le manifestazioni sono diventate un appuntamento fisso del sabato sera da quando, alla fine di dicembre, si è insediato l'esecutivo di Netanyahu, considerato il più a destra nella storia di Israele. Cinque sabati di fila segnalano una mobilitazione che, almeno finora, non si è esaurita.

Secondo quanto riferito dai media locali, le proteste di questo fine settimana si sono svolte in 20 città del Paese. A Tel Aviv, da sole, si sono radunate decine di migliaia di persone. La fonte non indica una cifra precisa, e i numeri citati sono quelli riportati dalla stampa israeliana.

Tra i manifestanti si è fatto notare anche un volto politico di primo piano: l'ex primo ministro Yair Lapid, presente nella folla di Haifa. In un video diffuso sui social media ha dichiarato: "Salveremo il nostro Paese perché non siamo disposti a vivere in uno Stato non democratico".

Il quadro che ne esce è quello di un movimento che cresce in estensione geografica, dalla piazza di Tel Aviv a una ventina di città, e che trova sponda anche nell'opposizione parlamentare. Resta da vedere se la partecipazione continuerà ad ampliarsi nelle prossime settimane e in che modo il governo risponderà a una piazza che, ogni sabato sera, torna a riempirsi.

Salveremo il nostro Paese perché non siamo disposti a vivere in uno Stato non democratico.
— Yair Lapid, ex primo ministro, in un video sui social da Haifa
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