Nel Torinese, ciò che avrebbe dovuto essere un accordo tra adulti si è dissolto in dodici ore di sopraffazione fisica e psicologica. Una donna di 28 anni ha cercato di revocare il proprio consenso, ma il compagno ha ignorato ogni richiesta di fermarsi, trasformando un'intesa in un atto di tortura. L'arresto dell'uomo, avvenuto il 3 ottobre, pone davanti alla società una domanda antica quanto il potere stesso: dove finisce il patto liberamente scelto e dove inizia la violenza?
Torino, dodici ore di sevizie: arrestato per tortura il compagno
Quando ha chiesto di fermarsi, lui l'ha colpita ancora
Come è possibile che una pratica concordata si trasformi in tortura? Non c'era un accordo?
C'era un accordo iniziale, ma secondo la donna lui ha continuato anche dopo che lei ha chiesto di fermarsi. Lui sostiene che lei non ha usato la parola di sicurezza concordata.
E qui sta il nodo: abbiamo solo due versioni opposte. Lei dice di aver chiesto di fermarsi, lui dice che non ha usato la safe word. Non sappiamo quale sia la verità.
Cosa dice la legge in questi casi?
Tecnicamente, il consenso può essere revocato in qualsiasi momento, anche verbalmente. Se lei ha detto di fermarsi e lui ha continuato, è tortura.
Ma come prova la legge che lei ha detto di fermarsi? Non ci sono registrazioni. Ci sono solo le lesioni e le due versioni contrastanti.
Le lesioni non bastano a provare che lei ha chiesto di fermarsi?
Le lesioni provano che c'è stata violenza, ma non provano il momento esatto in cui lei ha ritirato il consenso. È una questione di fatto che il tribunale dovrà accertare.
E il fatto che lui stesse riordinando l'appartamento quando i carabinieri sono arrivati? Cosa suggerisce?
Potrebbe suggerire che stava cercando di cancellare le tracce, ma è solo una circostanza. Non è una prova diretta di colpevolezza.
Cosa succede adesso?
Il processo determinerà se il consenso è stato effettivamente ritirato e se lui ha continuato comunque. Se il tribunale lo ritiene colpevole, la tortura è un reato grave.
Il Polso
- Una pratica sessuale estrema concordata in anticipo si è trasformata in dodici ore di scariche elettriche, colpi, strangolamenti e percosse senza interruzione.
- La donna ha chiesto più volte di smettere, ma l'uomo ha continuato: il confine tra consenso e coercizione è diventato il cuore del caso penale.
- Solo dopo ore di abusi la vittima è riuscita a chiamare il 112; è arrivata in ospedale con fascette ancora strette alle caviglie, lividi diffusi e un trauma facciale.
- I carabinieri hanno trovato l'appartamento in fase di riordino, una croce di Sant'Andrea fissata alla parete e un arsenale di strumenti modificati, tra cui un taser ricavato da una racchetta elettrica.
- Il 42enne è in custodia cautelare con l'accusa di tortura; le versioni dei due divergono radicalmente sull'uso delle safe word, e l'inchiesta è coordinata dalla procura di Torino.
Nel Torinese, ciò che avrebbe dovuto essere un accordo tra adulti si è dissolto in dodici ore di sopraffazione fisica e psicologica. Una donna di 28 anni ha cercato di revocare il proprio consenso, ma il compagno ha ignorato ogni richiesta di fermarsi, trasformando un'intesa in un atto di tortura. L'arresto dell'uomo, avvenuto il 3 ottobre, pone davanti alla società una domanda antica quanto il potere stesso: dove finisce il patto liberamente scelto e dove inizia la violenza?
Una donna di 28 anni nel Torinese ha subito dodici ore di violenze ininterrotte da parte del compagno durante una pratica sessuale che avrebbe dovuto essere consensuale. Le sevizie hanno incluso scariche elettriche da un taser artigianale, colpi di pistola ad aria compressa, strangolamenti e percosse ripetute. Ogni volta che la donna ha chiesto di fermarsi, l'uomo ha continuato. Solo dopo ore di abusi fisici e psicologici è riuscita a chiamare i soccorsi. L'ambulanza l'ha trasportata in ospedale con fascette di plastica ancora strette alle caviglie, lesioni su tutto il corpo e un trauma al volto.
Il compagno, un 42enne, è stato arrestato il 3 ottobre dai carabinieri con l'accusa di tortura. Il giudice ha convalidato l'arresto e disposto la custodia cautelare in carcere. L'inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Mario Bendoni. La coppia aveva concordato in anticipo una sessione nell'ambito del Bdsm, pratica in cui il consenso — revocabile in qualsiasi momento tramite una safe word — è l'elemento fondante. Su questo punto le versioni divergono: l'uomo sostiene che le parole di sicurezza non siano mai state pronunciate; la donna afferma di essersi opposta esplicitamente più volte.
Quando i carabinieri sono giunti nell'appartamento, avvertiti dai medici, hanno trovato l'uomo intento a riordinare le stanze. Sulla parete era fissata una croce di Sant'Andrea usata per immobilizzare la vittima. Sono stati sequestrati il taser modificato, una pistola a gas con proiettili e strumenti con punte e catene metalliche. In casa sono state trovate tracce di cocaina ed eroina. Il caso, ben lontano dall'immagine patinata che film e libri offrono del Bdsm, solleva interrogativi profondi su come il diritto penale debba rispondere quando il consenso iniziale viene ritirato nel corso di un'attività sessuale estrema.
Una pratica sessuale che avrebbe dovuto essere consensuale si è trasformata in dodici ore di violenza ininterrotta. Una donna di 28 anni nel Torinese ha subito scariche elettriche da un taser improvvisato, colpi sparati con una pistola ad aria compressa, strangolamenti e percosse ripetute. Quando ha chiesto al compagno di fermarsi, lui l'ha colpita ancora. Solo dopo ore di abusi fisici e psicologici è riuscita a telefonare al 112. L'ambulanza l'ha portata in ospedale con fascette di plastica ancora strette intorno alle caviglie, lividi e lesioni su tutto il corpo, segni visibili al collo e un trauma al volto.
Il compagno, un uomo di 42 anni, è stato arrestato il 3 ottobre dai carabinieri con l'accusa di tortura. Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l'arresto e ordinato la custodia cautelare in carcere. L'inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore di Torino Mario Bendoni. Secondo la ricostruzione degli investigatori, la coppia aveva concordato in anticipo una pratica sessuale estrema nell'ambito del Bdsm, che può includere rapporti di dominazione e sottomissione, immobilizzazioni e l'uso di strumenti per provocare dolore. L'elemento cruciale in queste pratiche è il consenso, che può essere revocato in qualsiasi momento.
Per questo motivo, chi pratica il Bdsm stabilisce in anticipo parole di sicurezza, le cosiddette safe word, che servono a interrompere immediatamente l'attività. È proprio su questo punto che le versioni dei due divergono in modo radicale. L'uomo sostiene che lui e la fidanzata avevano concordato parole chiave che, se pronunciate dalla donna, avrebbero dovuto far cessare le pratiche, e che queste parole non sono mai state dette. La donna ha invece riferito agli investigatori di essersi opposta espressamente alle violenze più volte, chiedendo che smettesse.
Quando i carabinieri hanno raggiunto l'appartamento della coppia, avvertiti dai medici dell'ospedale, hanno trovato l'uomo intento a riordinare le stanze. Su una parete era fissato uno strumento artigianale di bloccaggio, una sorta di croce di Sant'Andrea, che secondo quanto affermato dallo stesso uomo era stato utilizzato per immobilizzare la donna tenendola sospesa per i polsi. Il 42enne era apparso sotto l'effetto di sostanze stupefacenti. Anche la fidanzata aveva consumato droghe, e in casa sono state trovate tracce di cocaina ed eroina.
I carabinieri hanno sequestrato un taser ricavato da una racchetta elettrica per zanzare modificata, una pistola a gas con numerosi proiettili, e strumenti dotati di punte e catene metalliche. L'ambiente dove è accaduto tutto questo era ben lontano dall'immagine glamour e controllata del Bdsm che il grande pubblico conosce attraverso film e libri. Il caso solleva questioni fondamentali sul significato del consenso nelle pratiche sessuali estreme e su come il diritto penale deve affrontare situazioni dove il consenso iniziale viene ritirato durante l'attività.
Citazioni salienti
L'uomo afferma che tra lui e la fidanzata erano state concordate parole chiave che, se pronunciate dalla donna, avrebbero dovuto far cessare le pratiche, ma che queste non sono state mai proferite— Versione dell'imputato secondo gli investigatori
La donna ha invece riferito di essersi opposta espressamente alle violenze più volte— Versione della vittima secondo gli investigatori