Nelle ore successive agli scontri nel centro di Milano, quattro giovani delle periferie lombarde si fermano davanti alla Questura e cercano di dare un nome alla propria rabbia: stipendi insufficienti, invisibilità sociale, la sensazione che solo il fragore possa aprire un varco verso chi decide. La loro voce, amplificata dai social e priva di una guida organizzata, risuona come un segnale antico — quello di chi si sente escluso dalla promessa collettiva — e avverte che, se nulla cambierà, questa non sarà l'ultima volta.
La rabbia dei giovanissimi: 'È l'unico modo per farci sentire'
L'unico modo per farsi sentire è la violenza
Questi ragazzi dicono che la violenza era l'unico modo per farsi sentire. È davvero così, o è una razionalizzazione di quello che è successo?
Quello che emerge è che si sentono completamente ignorati dalle istituzioni. Lallo e Alessandro non vedono canali attraverso cui la loro voce potrebbe arrivare a chi decide. Per loro, la violenza è diventata il linguaggio che pensano possa essere ascoltato.
Ma qui bisogna stare attenti. Loro dicono che è l'unico modo, ma non hanno provato altri modi. Non sappiamo se hanno mai tentato di organizzarsi diversamente, di presentare rivendicazioni formali, di contattare sindacati o associazioni. La fonte non lo dice.
Parlano di sogni molto ordinari: lavoro stabile, famiglia, stabilità. Come si concilia questo con la violenza?
Esattamente. Quello che colpisce è che non sono radicali ideologicamente. Alessandro dice di essere di estrema destra, ma gli altri la pensano diversamente e lui stesso dice che conta poco. Non c'è un'ideologia coerente dietro. C'è disperazione economica e la sensazione di non avere futuro.
Però qui la fonte è limitata. Abbiamo quattro ragazzi, non duecento. Non sappiamo se questi quattro rappresentano davvero il pensiero di tutti quelli che sono stati fermati. E non sappiamo nemmeno quali fossero le loro condizioni economiche esatte prima degli scontri.
Dicono che torneranno in piazza e che gli scontri si alzeranno. È una minaccia credibile?
Loro lo dicono con convinzione. E il fatto che Marracash, un rapper con una platea enorme, stia amplificando lo stesso messaggio suggerisce che c'è una risonanza più ampia. Ma sono promesse fatte da ragazzi appena usciti dalla Questura, in uno stato emotivo particolare.
Esatto. Non sappiamo se torneranno davvero, se riusciranno a organizzarsi di nuovo, se le conseguenze legali li scoraggeranno. La fonte non dà informazioni su cosa succederà dopo. È tutto aperto.
O Pulso
- Duecento giovani fermati in un solo giorno nel centro di Milano: la tensione accumulata nelle periferie ha trovato uno sfogo improvviso e violento, convocato attraverso TikTok e Facebook.
- I ragazzi rilasciati non mostrano pentimento: affermano che la violenza era l'unico linguaggio rimasto dopo anni di silenzio istituzionale e stipendi da fame.
- La protesta non ha ideologia coerente né leadership riconoscibile — un 'vannacciano' e ragazzi di idee opposte marciano fianco a fianco, uniti solo dalla stessa condizione economica.
- Sotto la rabbia emergono sogni ordinari: un lavoro stabile, una famiglia, la stabilità — desideri che rendono ancora più acuta la distanza tra ciò che si vuole e ciò che si riesce a ottenere.
- I quattro promettono di tornare in piazza, e il rapper Marracash amplifica il messaggio sui social: la sensazione diffusa è che gli scontri di Milano possano essere solo il prologo di una mobilitazione più lunga.
Nelle ore successive agli scontri nel centro di Milano, quattro giovani delle periferie lombarde si fermano davanti alla Questura e cercano di dare un nome alla propria rabbia: stipendi insufficienti, invisibilità sociale, la sensazione che solo il fragore possa aprire un varco verso chi decide. La loro voce, amplificata dai social e priva di una guida organizzata, risuona come un segnale antico — quello di chi si sente escluso dalla promessa collettiva — e avverte che, se nulla cambierà, questa non sarà l'ultima volta.
Fuori dalla Questura di Milano, quattro ragazzi appena rilasciati si fermano a spiegare. Sono tra i duecento giovani fermati durante gli scontri nel centro città. Lallo e suo fratello vengono da Bellano Bonzeno, nel Lecchese: il padre fa il facchino, è l'unico reddito di casa. La chiamata alla piazza è arrivata sui social, hanno preso il treno e sono venuti. Per Lallo quello che è successo era necessario — l'unico modo per non restare invisibili, per non essere liquidati come 'zanza' o 'maranzini' da chi non conosce le loro circostanze.
Alessandro viene da San Donato, ha vissuto anni in una comunità per minori e fino a poco fa lavorava in nero come muratore. Si definisce di estrema destra, ma riconosce che i suoi amici la pensano diversamente: poco importa, perché la rabbia che li ha portati in strada è la stessa. "Purtroppo è meglio la violenza", dice. "Non sanno ascoltare". I motivi sono concreti: stipendi troppo bassi, nessuna carta giusta per svoltare. E promettono di tornare.
Eppure, accanto alla rabbia, ci sono i sogni. Ale vive nelle palazzine popolari di Pioltello, suo padre guadagna ottocento euro al mese per tre persone, e lui vorrebbe fare trading. Alessandro vuole solo un lavoro che gli piaccia e una famiglia. Lallo chiede ancora meno: stabilità e tranquillità. Lele, il più diretto, vuole sistemarsi e lasciare l'Italia.
Quando gli chiedono com'è vivere in periferia, Lallo risponde che te la fai andare bene, perché dal basso capisci il valore delle cose. Intanto il rapper Marracash posta immagini degli scontri e scrive di aspettare questa reazione da tempo. I quattro ragazzi ripetono le stesse parole: non hanno un leader, dicono — il popolo è il leader. E chi vuole farsi valere, va.
Fuori dalla Questura di Milano, quattro ragazzi appena rilasciati si fermano a parlare. Sono tra i duecento giovani fermati durante gli scontri nel centro città. Alessandro e Lallo, fratelli di diciotto anni provenienti da Bellano Bonzeno, un piccolo paese nel Lecchese, cercano di recuperare quello che possono: un cellulare perso, documenti, la consapevolezza che potrebbero essere richiamati in quegli stessi uffici da un momento all'altro. Eppure hanno voglia di spiegare cosa è accaduto, perché sono scesi in strada, cosa li ha mosso.
Lallo parla con una chiarezza che sorprende. Quello che è successo, dice, era necessario. Era l'unico modo per farsi sentire, per far capire a chi sta in alto cosa provano loro. Altrimenti resterebbero invisibili, etichettati come 'zanza' o 'maranzini', come se la loro rabbia fosse un difetto di carattere e non una conseguenza di circostanze reali. Lui e suo fratello vivono con i genitori a Bellano Bonzeno; il padre lavora come facchino, è l'unico stipendio della famiglia. La chiamata alla piazza è arrivata sui social, su TikTok e Facebook. La voce si è sparsa e loro hanno preso il treno per Milano. "C'è tutto su TikTok o Facebook", spiega Lallo. "La voce si sparge e alla fine è successo quello che doveva succedere".
Alessandro viene da San Donato, vive da solo, fino a un mese fa faceva lavoretti in nero come muratore. Ha passato anni in una comunità per minori e porta ancora con sé una rabbia profonda. Sostiene di essere di estrema destra, un 'vannacciano', anche se i suoi amici la pensano diversamente e questo, dice, conta poco. Per lui la violenza era inevitabile. "Purtroppo è meglio la violenza. Non sanno ascoltare, sarebbe stato molto più facile e sarebbero successi meno danni". I motivi della protesta sono semplici e concreti: gli stipendi sono troppo bassi, vogliono svoltare la loro vita ma non hanno le carte giuste per farlo. E promettono di tornare. "Torneremo in piazza e non importano le conseguenze. Si alzerà lo scontro? Sì, finché le cose non cambiano, sarà così o peggio".
Ma nelle periferie, accanto alla rabbia, ci sono anche i sogni. Ale vive a Rho, nelle palazzine popolari di Pioltello, indossa una maglia di Decathlon, il negozio sportivo preso d'assalto durante gli scontri. Suo padre è meccanico, guadagna ottocento euro al mese e in tre devono viverci con quello. Lui però nella vita vorrebbe fare trading. "Anche noi abbiamo dei sogni", dice. Alessandro vuole trovarsi un lavoro vero che gli piaccia, non aspira a diventare milionario, solo a crearsi una famiglia tra qualche anno. Lele, il fratello di Lallo, è più diretto: l'unico sogno che ha è sistemarsi e andarsene dall'Italia. Lallo invece chiede poco: "A me basta stabilità e tranquillità".
Quando gli chiedono come si sta in periferia, Lallo riflette. Ci sono posti belli e posti brutti, dice. La maggior parte delle periferie non sono belle, però te le fai andare bene. "Perché da lì, dal basso, capisci il valore delle cose". Intanto i loro desideri e le loro utopie trovano spazio sui social. Il rapper Marracash posta in questi giorni immagini degli scontri di Milano e scrive: "Ecco da che parte sto. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all'inizio. Con le buone non cambi le cose". Sono le stesse parole che ripetono i quattro giovani venuti dalla periferia a gridare al mondo la loro esistenza davanti a vetrine rotte. Non hanno un leader, dicono. I leader sono loro, il popolo è il leader. E chi si vuole far valere, va.
Citações Notáveis
È l'unico modo per farsi sentire, altrimenti saremmo sempre visti come 'zanza' o 'maranzini'— Lallo, 18 anni
Purtroppo è meglio la violenza. Non sanno ascoltare, sarebbe stato molto più facile e sarebbero successi meno danni— Alessandro
Anche noi abbiamo dei sogni— Ale, residente a Rho