Bustine di tè in plastica: microplastiche, BPA e ftalati nella tazza, secondo un nuovo studio turco

Una singola tazza contaminata arrivava fino al 21,7% della dose giornaliera tollerabile
Livelli sotto la soglia EFSA, ma una tazza può già pesare molto sulla dose giornaliera tollerabile di BPA e ftalati.
Mark

Il risultato in sintesi qual è?

Mimi

Le bustine di plastica rilasciavano tra 550 e 2.500 microplastiche per tazza, il tè sfuso tra 0,3 e 2,4. E in tutte le bustine di plastica c'erano BPA e ftalati.

Mark

Quindi c'è un rischio?

Luke

Qui bisogna andare piano. I livelli erano sotto la soglia di rischio EFSA. Il dato che preoccupa è che una tazza arriva fino al 21,7% della dose giornaliera tollerabile, ma resta un massimo, non una media.

Mimi

E conta il contesto: si parla di interferenti endocrini, con attenzione particolare a gravidanze e bambini.

Mark

Cosa c'entra l'adesivo?

Mimi

Un marchio aveva molto BBP, un ftalato. Gli autori pensano che venga dall'adesivo che sigilla la bustina, non dal tessuto.

Luke

Ma è un'ipotesi degli autori, il testo non dice che sia stata verificata.

Mark

E lo studio di Barcellona?

Mimi

Ha misurato fino a 1,2 miliardi di particelle per millilitro con il polipropilene.

Luke

Unità diverse da quelle turche, quindi non si può dire che i due studi si confermino numero per numero. Inoltre le marche testate sono solo quattro di plastica, in un solo Paese.

  • Una singola tazza di tè in bustina di plastica può rilasciare da circa 550 fino a 2.500 microplastiche, contro le poche decine di particelle del tè sfuso.
  • Nelle bustine in plastica sono comparsi BPA e ftalati, sostanze interferenti endocrini, presenti in tutti i campioni testati.
  • Una tazza contaminata può raggiungere il 21,7% della dose giornaliera tollerabile fissata dall'EFSA, pur restando sotto la soglia di rischio.
  • Il quadro si chiude con un punto di attenzione: un marchio mostrava alti livelli di BBP, probabilmente dall'adesivo di sigillatura, mentre regolatori e produttori sono chiamati a muoversi.

Nelle corsie dei supermercati turchi, tra una confezione di tè e l'altra, si nasconde una domanda che la cultura del gesto quotidiano raramente si pone: che cosa beviamo davvero quando immergiamo una bustina di plastica nell'acqua calda? Un gruppo di ricercatori dell'Università Recep Tayyip Erdogan ha voluto guardare dentro la tazza, scoprendo che la comodità di un materiale economico porta con sé migliaia di minuscole particelle e tracce di sostanze chimiche, pur restando, almeno per ora, sotto i limiti ritenuti sicuri. È il racconto di una piccola abitudine che incontra una grande questione: quanto siamo disposti a sapere di ciò che sta nel nostro rito quotidiano.

Quattordici marche di tè in bustina e quattordici di tè sfuso, tutte acquistate nei supermercati turchi: da qui parte lo studio di Necla Pehlivan e Kenan Gedik, dell'Università Recep Tayyip Erdogan. L'obiettivo era semplice e insieme inquietante: capire che cosa finisce davvero nella tazza quando la bustina è fatta di plastica.

Le bustine sono state immerse in acqua a 95 gradi per tre minuti e le particelle rilasciate sono state contate una per una. Il divario è netto: da circa 550 a 2.500 microplastiche per tazza nelle bustine di plastica, contro appena 0,3-2,4 nel tè sfuso, dove le poche tracce sono probabilmente legate all'ambiente o alle coltivazioni.

Le analisi chimiche hanno trovato bisfenolo A ed esteri ftalici in tutte le bustine di plastica. Sono sostanze note per interferire con il sistema endocrino, con possibili effetti su metabolismo, sviluppo e sonno. I livelli restano sotto la soglia di rischio dell'EFSA, ma una tazza può arrivare al 21,7% della dose giornaliera tollerabile, un dato che preoccupa soprattutto in gravidanza e nei bambini.

Un marchio ha mostrato livelli elevati di BBP, probabilmente rilasciato dall'adesivo che sigilla la bustina, a ricordare che non è solo il materiale principale a contare. Lo studio si affianca a una precedente ricerca dell'Università Autonoma di Barcellona, con unità di misura diverse e quindi non direttamente confrontabili. Ora la domanda passa a regolatori e produttori, chiamati a guardare al materiale della bustina e al suo adesivo.

Quattordici marche di tè in bustina, quattordici di tè sfuso, tutte comprate nei supermercati turchi: è da questi scaffali che parte lo studio di Necla Pehlivan, del Dipartimento di Biologia, e Kenan Gedik, della Scuola professionale di Scienze tecniche, entrambi dell'Università Recep Tayyip Erdogan. Volevano capire che cosa finisce davvero nella tazza quando la bustina è di plastica.

Tra le 14 marche in bustina, 10 usavano ancora i materiali tradizionali, cellulosa o carta. Quattro avevano adottato la plastica, più economica. I ricercatori hanno lasciato le bustine in acqua a 95 °C per 3 minuti, in infusione controllata, e poi hanno analizzato le particelle rilasciate in ogni tazza.

Il divario è netto. Le bustine di plastica rilasciavano da poco più di 550 a circa 2.500 particelle di microplastiche per tazza. Il tè sfuso si fermava a 0,3-2,4 particelle, che secondo gli autori sono verosimilmente legate all'ambiente o alle coltivazioni. Il conteggio è stato fatto con la tecnica ATR-FTIR.

La composizione delle particelle racconta qualcosa in più. Quelle di dimensioni maggiori erano esclusivamente fibre di poliammide, in linea, scrivono gli autori nell'abstract, con la degradazione idrolitica del materiale della bustina. Il tè sfuso conteneva pochissime particelle, ma di tipi diversi, come PET e poliammide, attribuite alla contaminazione ambientale o alla lavorazione.

Con la tecnica GC-MS/MS i ricercatori hanno cercato anche additivi chimici. Bisfenolo A (BPA) ed esteri ftalici, i ftalati, sono comparsi in tutte le bustine di plastica. Sono interferenti endocrini noti, che possono incidere su metabolismo, sviluppo e sonno. I livelli erano contenuti e sotto la soglia di rischio dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Tuttavia, una singola tazza contaminata arrivava fino al 21,7 per cento della dose giornaliera tollerabile fissata dall'agenzia. Il dato pesa soprattutto per il possibile impatto su gravidanze e bambini.

Un marchio ha mostrato livelli elevati del ftalato BBP, che secondo gli autori proviene molto probabilmente dall'adesivo usato per sigillare la bustina. BPA e ftalati sono diffusi nelle plastiche perché ne migliorano resistenza, trasparenza e durata.

Il lavoro si aggiunge a una recente indagine guidata dall'Università Autonoma di Barcellona su tre tipi di bustine. Il polipropilene ha rilasciato fino a circa 1,2 miliardi di particelle per millilitro di bevanda, la cellulosa 135 milioni, il nylon-6 8,18 milioni. Le unità di misura dei due studi sono diverse, quindi i numeri non si confrontano direttamente.

Resta da vedere come reagiranno regolatori e produttori: lo studio turco indica due punti su cui guardare, il materiale della bustina e l'adesivo che la chiude.

Le fibre di poliammide più grandi sono in linea con la degradazione idrolitica del materiale della bustina.
— Necla Pehlivan e Kenan Gedik, abstract dello studio
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