Umberto Pizzi, fotografo che per sessant'anni ha tenuto a fuoco l'anima mutevole dell'Italia — dalla Dolce Vita al Cafonal, dal potere alla mondanità — è scomparso il 29 settembre lasciando un archivio visivo che è anche una coscienza collettiva. Roma lo ricorda il 7 ottobre, nel giorno del suo ottantanovesimo compleanno, con una proiezione speciale del documentario Profumo di Pizzi al Cinema Adriano: un atto di memoria affidato all'unico linguaggio che lui abbia mai davvero parlato, quello dell'immagine. È il modo più onesto di salutare chi ha trasformato il presente in storia mentre ancora a
Roma ricorda Umberto Pizzi con proiezione speciale nel giorno dei suoi 89 anni
Lo sguardo che non osserva: entra, scava, smaschera. E resta.
Perché proprio il 7 ottobre? Sembra una scelta molto precisa.
Era il giorno del suo compleanno. Avrebbe compiuto 89 anni. Hanno scelto di ricordarlo nel giorno che gli apparteneva, non in uno qualsiasi.
Ma lui è morto il 29 settembre. Quindi questa proiezione arriva una settimana dopo. È una celebrazione posticipata, non un evento contemporaneo alla morte.
Sì, ma il significato è diverso. Non è un funerale. È un tributo nel giorno che avrebbe dovuto essere una festa per lui.
Il documentario copre sessant'anni di storia italiana. Come fa un film a contenere tutto questo?
Non contiene tutto. Contiene lo sguardo di Pizzi su tutto. Dalla Dolce Vita agli anni Venti del nuovo millennio, ma sempre attraverso le sue fotografie e le sue parole.
Sessant'anni è una cifra rotonda, ma il film quanto dura? Non è specificato. E quante fotografie sono effettivamente mostrate?
Il documentario racconta come ogni immagine sia una storia. Non è una rassegna, è un racconto costruito attorno al suo modo di vedere.
Chi sono le persone che testimoniano nel film?
Scrittori, giornalisti, proprietari di locali storici, politici. Gente che ha vissuto gli stessi decenni che Pizzi ha fotografato.
Ma sono testimonianze dirette di cosa Pizzi ha fatto, o sono interpretazioni di quello che le sue foto significano? C'è una differenza.
Probabilmente entrambe. Raccontano come le sue immagini li hanno colpiti, cosa hanno visto in loro.
Cosa lo rendeva diverso da altri fotografi?
Non osservava da fuori. Entrava, scavava, smascherava. E il suo sguardo restava, non se ne andava.
Il Polso
- La scomparsa di Pizzi il 29 settembre lascia un vuoto nel racconto visivo dell'Italia contemporanea, un vuoto che nessun altro sguardo sembra pronto a colmare.
- Il documentario di Berruti e De Stefano non è un semplice tributo: è un tentativo di tenere vivo un archivio che rischia di diventare solo nostalgia invece di restare strumento critico.
- Voci della storia italiana — giornalisti, politici, aristocratici, fondatori di locali leggendari — si riuniscono per spiegare cosa significhi essere stati guardati da quell'obiettivo implacabile e libero.
- La proiezione al Cinema Adriano trasforma il lutto in celebrazione attiva, invitando il pubblico a guardare di nuovo le immagini di Pizzi come specchio del Paese che siamo stati e che siamo ancora.
Umberto Pizzi, fotografo che per sessant'anni ha tenuto a fuoco l'anima mutevole dell'Italia — dalla Dolce Vita al Cafonal, dal potere alla mondanità — è scomparso il 29 settembre lasciando un archivio visivo che è anche una coscienza collettiva. Roma lo ricorda il 7 ottobre, nel giorno del suo ottantanovesimo compleanno, con una proiezione speciale del documentario Profumo di Pizzi al Cinema Adriano: un atto di memoria affidato all'unico linguaggio che lui abbia mai davvero parlato, quello dell'immagine. È il modo più onesto di salutare chi ha trasformato il presente in storia mentre ancora accadeva.
Umberto Pizzi se n'è andato il 29 settembre, ma Roma sceglie di salutarlo il 7 ottobre — il giorno in cui avrebbe compiuto 89 anni. Al Cinema Adriano, alle diciotto, una proiezione speciale di Profumo di Pizzi riunirà chi vuole congedarsi dal fotografo attraverso il solo linguaggio che lui abbia sempre usato: l'immagine.
Il documentario, diretto da Fabrizio Berruti e Gianluigi De Stefano e prodotto da Quantica Produzioni per Rai Cultura, è un viaggio attraverso sessant'anni di storia italiana visti da un uomo che non si è mai limitato a documentare. Dalla Dolce Vita degli anni Sessanta fino ai primi decenni del nuovo millennio, Pizzi ha guardato il Paese con uno sguardo che entra, scava e resta. Il suo obiettivo ha catturato la cronaca degli anni Settanta, la mondanità degli Ottanta, le metamorfosi del potere attraverso il celebre Cafonal — quella caricatura lucidissima della classe dirigente italiana che solo lui sapeva cogliere.
Nel film, Pizzi racconta ogni scatto davanti alla macchina da presa, spiegando come ogni fotografia sia diventata una finestra su un'epoca capace di mettere in relazione momenti lontani che, grazie a lui, sembrano accadere adesso. A testimoniare la portata di questa eredità sono voci che hanno attraversato la storia italiana insieme a lui: lo scrittore Fulvio Abbate, il fondatore del Piper e del Gilda Davide Bornigia, i giornalisti Maurizio Caprara, Filippo Ceccarelli e Fabrizio d'Esposito, l'ex ministro Paolo Cirino Pomicino, la contessa Marisela Federici e il principe Guglielmo Giovanelli.
La proiezione del 7 ottobre non è un addio definitivo: è un invito a guardare di nuovo, a capire come uno sguardo attento e libero possa trasformare la memoria di un Paese intero.
Umberto Pizzi se n'è andato il 29 settembre, ma Roma lo celebra il 7 ottobre — il giorno in cui avrebbe compiuto 89 anni. Al Cinema Adriano, alle diciotto, una proiezione speciale di Profumo di Pizzi riunirà chi vuole dire addio al fotografo attraverso il linguaggio che ha sempre usato: l'immagine.
Il documentario, diretto da Fabrizio Berruti e Gianluigi De Stefano e prodotto da Quantica Produzioni per Rai Cultura, non è un semplice tributo. È un viaggio attraverso sessant'anni di storia italiana vista dagli occhi di un uomo che non si è mai limitato a documentare. Dalla Dolce Vita degli anni Sessanta fino ai primi decenni del nuovo millennio, Pizzi ha guardato il Paese con uno sguardo che non osserva da fuori: entra, scava, smascara, e resta. Il suo obiettivo ha catturato la cronaca feroce degli anni Settanta, la mondanità senza freni degli Ottanta, le metamorfosi del potere attraverso il celebre Cafonal — quella caricatura estrema e lucidissima della classe dirigente italiana che solo lui sapeva cogliere.
Ciò che rende straordinario il lavoro di Pizzi è come le sue fotografie trasformano il passato in presente. Ogni immagine non è solo un documento: è una storia, una porta aperta sulla memoria collettiva. Mentre il Paese cambia — i volti, i riti sociali, il modo di stare in pubblico, il linguaggio del potere, persino il modo di amare — l'occhio di Pizzi rimane implacabile e partecipe, ironico e feroce, profondamente umano. Tutto muta intorno a lui, ma il suo sguardo non cede.
Nel film, Pizzi stesso racconta ogni scatto davanti alla macchina da presa. Racconta come ogni fotografia sia diventata una finestra su un'epoca, come abbia saputo mettere in relazione momenti lontani che, grazie a lui, sembrano accadere adesso. Le sue immagini non documentano semplicemente: amplificano, connettono, trasformano il presente in storia mentre ancora accade.
A testimoniare la portata di questa eredità visiva sono voci che hanno attraversato la storia italiana insieme a Pizzi. Lo scrittore Fulvio Abbate, Davide Bornigia che ha fondato il Piper e il Gilda, i giornalisti Maurizio Caprara, Filippo Ceccarelli e Fabrizio d'Esposito, l'ex ministro Paolo Cirino Pomicino, la contessa Marisela Federici e il principe Guglielmo Giovanelli. Sono loro a dare voce a quello che Pizzi ha visto, a spiegare come il suo obiettivo abbia saputo guardare senza mai abbassarsi, con ostinazione e libertà.
La proiezione del 7 ottobre è un saluto affidato alle immagini — il solo linguaggio che Pizzi ha sempre parlato. Non è un addio definitivo, ma un invito a guardare di nuovo, a capire come uno sguardo attento e libero possa trasformare la memoria di un Paese intero.
Citazioni salienti
Uno sguardo che non osserva: entra, scava, smaschera. E resta.— Descrizione del metodo fotografico di Umberto Pizzi nel documentario
Tutto cambia: i volti, i riti sociali, il modo di stare in pubblico, il linguaggio del potere, persino il modo di amare. Cambia la fotografia, cambiano i protagonisti, cambia il mondo. Tutto, tranne l'occhio di Umberto Pizzi, implacabile e partecipe, ironico e feroce, profondamente umano.— Dal documentario 'Profumo di Pizzi'