Nel secondo trimestre del 2026, l'Italia si trova a navigare una contraddizione tipica della modernità fiscale: i conti pubblici migliorano — il deficit scende al 2% del Pil, il saldo primario sale al 3% — mentre il peso tributario raggiunge il 43,5%, e le famiglie, pur spendendo di più, si impoveriscono in termini reali. È il paradosso di uno Stato che si risana mentre i suoi cittadini erodono i propri risparmi per restare a galla.
Pressione fiscale al 43,5% nel Q2, deficit migliora al 2% del Pil
Il potere d'acquisto cala mentre i consumi crescono
Come si spiega che il deficit migliora mentre la pressione fiscale sale? Non dovrebbe essere il contrario?
No, perché il deficit migliora grazie a due fattori: la pressione fiscale sale, cioè lo Stato incassa più tasse, e contemporaneamente il saldo primario è positivo, il che significa che le entrate superano le spese al netto degli interessi. Sono due lati della stessa medaglia.
Ma attenzione: il saldo primario positivo al 3% è un dato lordo, non destagionalizzato. E il miglioramento del deficit dal 2,1% al 2% è di soli 0,1 punti percentuali. Non è un crollo, è un miglioramento modesto.
E i consumi crescono dell'1,7%, quindi le famiglie stanno bene?
Crescono nominalmente, sì. Ma il potere d'acquisto cala dello 0,9% perché l'inflazione erode il valore reale. Le famiglie stanno consumando di più in numeri assoluti, ma in realtà possono comprare meno con lo stesso denaro.
E la propensione al risparmio cala di 1,2 punti percentuali. Questo significa che le famiglie stanno attingendo ai risparmi per mantenere i consumi. Non è sostenibile indefinitamente.
Quindi il quadro è: lo Stato sta meglio, ma le famiglie stanno peggio?
Esattamente. Lo Stato migliora i conti pubblici attraverso una pressione fiscale più alta, ma questo non compensa l'effetto dell'inflazione sui redditi reali delle famiglie.
Con una precisazione: sappiamo che la pressione fiscale è salita di 0,5 punti percentuali, ma non sappiamo da quali voci di entrata. Potrebbe essere da imposte dirette, indirette, o contributi sociali. Il dato è aggregato.
Il Polso
- La pressione fiscale tocca il 43,5% del Pil, mezzo punto in più rispetto a un anno fa: ogni euro prodotto dal paese è per quasi la metà nelle mani dello Stato.
- Il deficit pubblico scende al 2% e il saldo primario balza al 3%: sul fronte dei conti sovrani, il consolidamento procede con determinazione.
- I consumi crescono dell'1,7%, ma è una crescita ingannevole: l'inflazione al 1,4% divora il potere d'acquisto, che cala dello 0,9% in termini reali.
- La propensione al risparmio precipita al 6,7%, giù di 1,2 punti in un solo trimestre: le famiglie stanno attingendo ai risparmi accumulati per mantenere il tenore di vita.
- Il quadro che emerge è quello di un equilibrio precario: lo Stato consolida, i cittadini cedono terreno — e la domanda interna regge solo grazie a riserve che si assottigliano.
Nel secondo trimestre del 2026, l'Italia si trova a navigare una contraddizione tipica della modernità fiscale: i conti pubblici migliorano — il deficit scende al 2% del Pil, il saldo primario sale al 3% — mentre il peso tributario raggiunge il 43,5%, e le famiglie, pur spendendo di più, si impoveriscono in termini reali. È il paradosso di uno Stato che si risana mentre i suoi cittadini erodono i propri risparmi per restare a galla.
Nel secondo trimestre del 2026, i conti trimestrali delle amministrazioni pubbliche diffusi dall'Istat restituiscono un'Italia divisa in due velocità: quella dello Stato, che migliora, e quella delle famiglie, che arranca.
Sul fronte pubblico, i segnali sono incoraggianti. Il deficit scende al 2% del Pil dal 2,1% dell'anno precedente, e il saldo primario — la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi — sale al 3%, contro il 2,2% del 2025. Il consolidamento fiscale avanza. Ma avanza anche la pressione tributaria, che raggiunge il 43,5% del Pil, mezzo punto in più rispetto allo stesso trimestre di un anno fa.
Per le famiglie, il quadro è più amaro. Il reddito disponibile cresce dello 0,4% e i consumi segnano un +1,7%, cifre che in apparenza suggeriscono vitalità. Ma l'inflazione — misurata dal deflatore implicito dei consumi all'1,4% — erode il valore reale di quei guadagni. Il risultato è un calo del potere d'acquisto dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.
A rivelare la tensione sottostante è soprattutto la propensione al risparmio, scesa al 6,7%: un calo di 1,2 punti percentuali in un solo trimestre. I consumatori italiani stanno spendendo attingendo ai risparmi, non a redditi più robusti. È questo il nodo irrisolto della congiuntura 2026: un consolidamento dei conti pubblici che convive con una silenziosa erosione della ricchezza reale delle famiglie.
Nel secondo trimestre del 2026, l'Italia ha raggiunto un carico fiscale del 43,5% del prodotto interno lordo, segnando un incremento di mezzo punto percentuale rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il dato emerge dai conti trimestrali delle amministrazioni pubbliche diffusi dall'Istat, che fotografano uno scenario dove la pressione tributaria continua a salire mentre contemporaneamente il deficit pubblico migliora sensibilmente.
Il quadro dei conti pubblici mostra segnali contrastanti. Da un lato, l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si è ridotto al 2% del Pil, migliorando rispetto al 2,1% registrato nello stesso trimestre del 2025. Il saldo primario, che misura la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi sul debito, è risultato positivo con un'incidenza del 3% sul Pil, in aumento dal 2,2% dell'anno precedente. Anche il saldo corrente ha mantenuto il segno positivo, attestandosi al 2,9% del Pil, sebbene in leggero calo rispetto al 3,3% del secondo trimestre 2025.
Per le famiglie consumatrici, il quadro è più complesso. Il reddito disponibile è cresciuto dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, e i consumi hanno registrato un aumento dell'1,7%, segnale di una certa vivacità nella domanda interna. Tuttavia, questo incremento dei consumi non ha impedito un calo della propensione al risparmio, che si è attestata al 6,7%, in diminuzione di 1,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.
La dinamica più preoccupante riguarda il potere d'acquisto effettivo delle famiglie. Nonostante la crescita nominale dei consumi, il deflatore implicito dei consumi è aumentato dell'1,4%, erodendo il valore reale dei redditi. Di conseguenza, il potere d'acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9% rispetto al trimestre precedente, evidenziando come l'inflazione stia ancora comprimendo la capacità di spesa reale dei cittadini.
I dati dell'Istat riflettono una situazione dove il miglioramento dei conti pubblici convive con pressioni crescenti sul fronte fiscale e una erosione graduale della ricchezza reale delle famiglie. La riduzione della propensione al risparmio suggerisce che i consumatori stanno attingendo ai risparmi accumulati per mantenere i livelli di spesa, compensando così l'effetto dell'inflazione sui loro redditi. Questo equilibrio precario tra il consolidamento fiscale e le difficoltà economiche delle famiglie rimane il tema centrale della congiuntura italiana nel corso del 2026.
Citazioni salienti
Nel secondo trimestre l'indebitamento netto delle Pa in rapporto al Pil è stato pari al -2%, migliorando dal -2,1% dello stesso trimestre del 2025— Istat