Nell'aula di un tribunale fiorentino, il boss mafioso Giuseppe Graviano ha deposto come testimone nel processo a Salvatore Baiardo, portando con sé memorie di mezzo secolo fa: investimenti del nonno palermitano in una società del nord Italia dove, secondo lui, figurava anche un giovane Silvio Berlusconi. La testimonianza, densa di lacune e smentite, riapre ferite mai del tutto chiuse tra giustizia, potere e memoria collettiva, mentre la famiglia Berlusconi e Forza Italia denunciano un processo che giudicano privo di ogni garanzia per chi non può più difendersi.
Graviano in tribunale: 'Mio nonno in società con Berlusconi negli anni '70'
Un boss si è travestito da pm per rilanciare accuse infami
Perché un boss mafioso testimonia in un processo che non lo riguarda direttamente?
Perché il processo a Baiardo riguarda come l'ex gelataio lo aiutò quando era latitante nel 1991. Ma Graviano ha usato l'occasione per parlare di affari molto più vecchi.
Aspetta. Graviano dice che il denaro per gli affitti veniva da Berlusconi, ma non sa nemmeno l'importo esatto. E ha detto "non ricordo" molte volte. Su cosa si basa veramente l'accusa?
Su quello che Graviano sostiene di sapere: che suo nonno investì venti miliardi di lire con Berlusconi negli anni Sessanta-Settanta, e che c'era una carta privata.
Ma Graviano non ha la carta. Non sa dove sia finita.
Esatto. E nega di aver conosciuto Dell'Utri, contraddice Brusca su altri punti, dice che una foto è falsa. È una deposizione piena di buchi.
Vero. Ma il tribunale ha permesso che questi buchi venissero messi a verbale. La domanda è: cosa ne farà il giudice?
E la famiglia Berlusconi? Cosa possono fare?
Berlusconi è morto. Marina protesta, Tajani protesta. Ma il processo va avanti.
Il vero problema è che Graviano parla di fatti che risalgono a cinquant'anni fa, senza documenti, senza memoria precisa, e il tribunale lo ascolta come se fosse un testimone affidabile. Questo è quello che infuria Berlusconi e Tajani.
Quindi il processo Baiardo diventa un'arena per accuse molto più grandi?
Sì. E per questo Marina dice che Baiardo è solo un pretesto.
Il Polso
- Un boss condannato per stragi sale sul banco dei testimoni e racconta di venti miliardi di lire investiti negli anni Sessanta con un giovane Berlusconi, scuotendo l'aula e l'opinione pubblica.
- La deposizione è costellata di vuoti di memoria, smentite e negazioni su dettagli cruciali — dall'orologio da cinquecento milioni alle fotografie, fino ai rapporti con Marcello Dell'Utri — minando la coerenza del racconto.
- Marina Berlusconi accusa il tribunale di aver trasformato un boss mafioso in pubblico ministero, permettendogli di colpire chi non può più rispondere, e definisce il processo 'un monumento all'ipocrisia giudiziaria'.
- Forza Italia e il vicepremier Tajani parlano di accanimento giudiziario che oltrepassa la morte e corrode lo Stato di diritto, alzando il conflitto dal piano giudiziario a quello politico.
- Il processo a Baiardo — formalmente incentrato sull'aiuto offerto al latitante Graviano negli anni Novanta — rischia di trasformarsi in un processo ombra a figure che non siedono tra gli imputati.
Nell'aula di un tribunale fiorentino, il boss mafioso Giuseppe Graviano ha deposto come testimone nel processo a Salvatore Baiardo, portando con sé memorie di mezzo secolo fa: investimenti del nonno palermitano in una società del nord Italia dove, secondo lui, figurava anche un giovane Silvio Berlusconi. La testimonianza, densa di lacune e smentite, riapre ferite mai del tutto chiuse tra giustizia, potere e memoria collettiva, mentre la famiglia Berlusconi e Forza Italia denunciano un processo che giudicano privo di ogni garanzia per chi non può più difendersi.
Giuseppe Graviano, boss mafioso condannato per le stragi degli anni Novanta, ha testimoniato nel processo fiorentino a carico di Salvatore Baiardo, un ex gelataio accusato di aver aiutato Graviano durante la latitanza. Dal banco dei testimoni, Graviano ha ricostruito una storia che risale al 1969-1970: suo nonno Filippo Quartararo, ricco commerciante palermitano, avrebbe investito insieme ad altri imprenditori siciliani venti miliardi di lire in una società del nord Italia. Tra i soci, secondo Graviano, c'era un giovane Silvio Berlusconi, che avrebbe contribuito con quattro o cinque miliardi.
Graviano ha riferito di essere stato coinvolto in questa vicenda dal nonno dopo la morte del padre nel 1982, e di aver incontrato Berlusconi tre volte — nel 1982, nel 1986 e nel dicembre 1993 — per fare il punto sugli investimenti. Ha parlato anche dell'esistenza di una scrittura privata firmata da Berlusconi, della quale però ha detto di ignorare la sorte attuale. I pubblici ministeri hanno ipotizzato che parte del denaro usato per affittare case a Omegna, dove Graviano si nascondeva da latitante, provenisse dai proventi di quella società.
La deposizione, tuttavia, è rimasta piena di ombre: Graviano ha negato di aver conosciuto Marcello Dell'Utri, smentendo la testimonianza di Giovanni Brusca, ha negato rapporti con Matteo Messina Denaro e ha definito falsa una fotografia che lo ritraeva con Berlusconi e un generale. Molte risposte si sono dissolte in un 'non ricordo'.
La reazione della famiglia Berlusconi è stata immediata. Marina Berlusconi ha denunciato il processo come un capovolgimento della giustizia, in cui a un boss mafioso è stato concesso di accusare senza contraddittorio chi non può più difendersi. Antonio Tajani, leader di Forza Italia e vicepremier, ha parlato di accanimento giudiziario che va oltre la morte e mina lo Stato di diritto. Le lacune della testimonianza lasciano aperte molte domande sulla tenuta delle accuse nel processo Baiardo.
Giuseppe Graviano, il boss mafioso condannato per stragi, si è presentato come testimone nell'aula del tribunale di Firenze dove si celebra il processo a Salvatore Baiardo, un ex gelataio. Lì ha raccontato una storia di denaro e affari che risale a mezzo secolo fa: suo nonno, Filippo Quartararo, ricco commerciante di ortofrutta a Palermo, insieme ad altri imprenditori siciliani, avrebbe investito venti miliardi di lire in una società del nord Italia. Era il 1969, forse il 1970. E tra i soci, ha detto Graviano, c'era un giovane Silvio Berlusconi, che mise quattro o cinque miliardi di lire. Non era ancora l'imprenditore celebre che il paese avrebbe conosciuto.
Graviano ha parlato senza circonlocuzioni. Ha detto ai pubblici ministeri Leopoldo De Gregorio e Lorenzo Gestri di sapere dell'esistenza di una carta privata che regolava questi investimenti, un documento firmato da Berlusconi stesso. Quando suo padre fu ucciso nel 1982, il nonno lo coinvolse in questa vicenda e gli rivelò l'esistenza di quella scrittura. Ma dove sia finita, Graviano ha detto di non saperlo. Suo cugino Salvatore, che seguiva l'investimento, era morto.
Ha confermato tre incontri con Berlusconi. Il primo nel 1982 a Milano, insieme al nonno Quartararo e al cugino. Un secondo nel 1986. Un terzo a dicembre 1993, sempre a Milano, per sistemare tutto. Graviano ha sostenuto di non aver mai ricevuto i proventi di questi presunti investimenti, ma dall'udienza è emerso che lui e i parenti avrebbero chiesto conto al Cavaliere di come procedevano le cose, anche quando si trattava di scegliere le persone da inserire nella società.
La deposizione, però, è stata costellata di vuoti. Graviano ha detto molte volte di non ricordare. Ha negato di aver conosciuto Marcello Dell'Utri, smentendo così la testimonianza di Giovanni Brusca. Ha negato di aver mai parlato di un orologio da cinquecento milioni di lire al polso del Cavaliere. Ha negato rapporti con Matteo Messina Denaro. Ha definito una falsità una foto che lo ritraeva insieme a Berlusconi e a un generale Delfino che dice di non conoscere. Ha detto di aver sentito molte bugie in televisione.
Il processo a Baiardo ruota intorno a una questione più ristretta: l'ex gelataio, nel 1991, quando Graviano era latitante, lo aveva aiutato a trovare case a Omegna, in provincia di Novara, affittandole a nome proprio. Baiardo si sarebbe occupato anche di un eventuale acquisto di uno o due appartamenti. I pubblici ministeri hanno suggerito che centoventcinque milioni di lire, utilizzati per questi affitti, provenissero dai proventi della società con Berlusconi. Graviano non era certo dell'importo esatto, ma ha risposto che in parte il denaro veniva dalle restituzioni che Berlusconi faceva a suo cugino Salvatore per gli investimenti del nonno.
La reazione della famiglia Berlusconi è stata immediata e durissima. Marina Berlusconi ha accusato il tribunale di Firenze di aver capovolto la giustizia. Ha detto che un boss mafioso si era travestito da pubblico ministero per rilanciare accuse infami senza il minimo contraddittorio, e che gli era stato permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non poteva difendersi. Ha definito il processo Baiardo un monumento all'ipocrisia giudiziaria. Ha aggiunto che Baiardo era solo un pretesto: i veri imputati erano suo padre Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, costretti a un processo surrettizio.
Forza Italia ha risposto con la stessa durezza. Antonio Tajani, il leader del partito e vicepremier, si è detto indignato dalle accuse infamanti formulate senza contraddittorio. Ha visto in tutto questo un segno di accanimento giudiziario che andava oltre la morte e minava lo Stato di diritto. La deposizione di Graviano, con i suoi vuoti di memoria e le sue smentite su dettagli cruciali, ha lasciato aperte molte domande sulla solidità delle accuse nel processo Baiardo.
Citazioni salienti
Mio nonno e altre persone di Palermo investirono 20 miliardi di lire in una società con Silvio Berlusconi, era il 1969-1970, lui ne mise 4-5— Giuseppe Graviano, testimone nel processo Baiardo
Un feroce boss si è travestito da pm per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio, e gli si è permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può difendersi. Questo è il processo contro Baiardo: un monumento all'ipocrisia giudiziaria— Marina Berlusconi