A Zurigo, davanti alla Banca nazionale svizzera, Mario Draghi ha scelto la memoria di Karl Brunner per ricordare a un'Europa in bilico una verità scomoda: quando l'inflazione minaccia di autoalimentarsi, le banche centrali non possono permettersi ambiguità né distrazioni. La sua lectio non è soltanto un'analisi tecnica, ma un monito sulla fragilità delle istituzioni monetarie di fronte a spirali che, una volta avviate, sfuggono al controllo — compreso quello dei tassi a lungo termine, oggi trascinati dalle maree dei mercati americani.
Draghi: l'Ue investa 100 miliardi nell'IA, priorità assoluta è controllare l'inflazione
Il ciclo può autoalimentarsi: il dubbio diventa aspettativa, l'aspettativa diventa realtà.
Draghi dice che controllare l'inflazione è la priorità assoluta. Ma non rischia di soffocare la crescita?
È il dilemma centrale. Draghi non nega la tensione. Dice che la banca centrale non può assumersi la responsabilità della crescita, ma può evitare di alzare i tassi più di quanto sia necessario per stabilizzare l'inflazione. È una distinzione sottile ma importante.
Sottile quanto? Perché se i tassi salgono comunque, per ragioni globali che l'Europa non controlla, allora la crescita soffre indipendentemente da quello che la Bce comunica.
Quindi il controllo della banca centrale è un'illusione?
Non un'illusione, ma limitato. Draghi ricorda che le misure della Bce hanno contribuito per oltre un quarto alla crescita tra il 2015 e il 2019. Hanno funzionato. Ma il contesto è cambiato.
Sì, ma quei numeri sono stime Bce, non verifiche indipendenti. E comunque riguardano un periodo di crisi, quando i tassi globali erano bassissimi. Oggi il contesto è radicalmente diverso.
Allora cosa dovrebbe fare l'Europa?
Draghi non lo dice esplicitamente in questo discorso, ma il messaggio implicito è che le banche centrali devono comunicare chiaramente i loro piani, perché i mercati valutano ogni scenario possibile e la media di queste valutazioni determina i tassi attuali.
Comunicazione, però, non è azione. Se i tassi americani salgono, i tassi europei salgono con loro, indipendentemente da quello che la Bce dice.
O Pulso
- L'inflazione in Europa rischia di diventare una spirale autoalimentata: il deterioramento delle finanze pubbliche genera aspettative di monetizzazione del debito, che alzano i costi di finanziamento, indebolendo ulteriormente i conti pubblici.
- Draghi ricorda con numeri precisi il peso reale della politica monetaria: gli interventi BCE tra il 2015 e il 2019 hanno creato circa due milioni e mezzo di posti di lavoro e impedito che l'inflazione scivolasse sotto zero.
- La tensione centrale è questa: la BCE non può oggi farsi carico della crescita senza tradire la stabilità dei prezzi, e deve calibrare ogni parola perché i mercati non reagiscono a un singolo percorso dei tassi, ma alla media ponderata di tutti quelli che ritengono possibili.
- I tassi a lungo termine nell'eurozona hanno raggiunto i massimi degli ultimi quindici anni, muovendosi in sincronia con i Treasury americani: l'Europa scopre di avere sempre meno sovranità sul proprio destino finanziario.
- La risposta che Draghi propone va oltre la politica monetaria: l'Unione Europea dovrebbe investire massicciamente — cento miliardi — nell'intelligenza artificiale per costruire una crescita che non dipenda solo dai tassi.
A Zurigo, davanti alla Banca nazionale svizzera, Mario Draghi ha scelto la memoria di Karl Brunner per ricordare a un'Europa in bilico una verità scomoda: quando l'inflazione minaccia di autoalimentarsi, le banche centrali non possono permettersi ambiguità né distrazioni. La sua lectio non è soltanto un'analisi tecnica, ma un monito sulla fragilità delle istituzioni monetarie di fronte a spirali che, una volta avviate, sfuggono al controllo — compreso quello dei tassi a lungo termine, oggi trascinati dalle maree dei mercati americani.
Mario Draghi ha scelto la lecture in memoria di Karl Brunner, alla Banca nazionale svizzera, per consegnare un messaggio senza ambiguità: in questo momento storico, controllare l'inflazione è la priorità assoluta delle banche centrali, non una tra le tante. Il meccanismo che descrive è una spirale pericolosa — il deterioramento delle finanze pubbliche genera sospetti di monetizzazione del debito, che si trasformano in aspettative di inflazione futura, che alzano i costi di finanziamento, indebolendo ulteriormente i conti pubblici. Nel caso estremo, la banca centrale si ritroverebbe intrappolata, incapace di agire senza aggravare la crisi.
Draghi non si limita all'allarme: ricorda anche cosa la BCE ha saputo fare quando ha agito bene. Tra il 2015 e il 2019, le sue misure hanno ridotto i tassi a lungo termine di 140-150 punti base, contribuito per oltre un quarto alla crescita dell'area euro, creato circa due milioni e mezzo di posti di lavoro e scongiurato la deflazione nel 2016. Sono numeri che mostrano come la politica monetaria, ben calibrata, tocchi vite concrete.
Eppure oggi la BCE si trova davanti a un equilibrio delicato: non può assumersi la responsabilità della crescita senza tradire la stabilità dei prezzi. Quello che può fare è garantire che i tassi non superino il livello necessario per stabilizzare l'inflazione nel medio termine — e comunicarlo con straordinaria precisione, perché i mercati non valutano un singolo percorso dei tassi, ma la media ponderata di tutti quelli che considerano possibili.
C'è però un problema che la BCE non può controllare: i tassi a lungo termine nell'eurozona hanno raggiunto i massimi degli ultimi quindici anni, trascinati dai rendimenti dei Treasury americani. I mercati finanziari avanzati si muovono oggi in modo molto più sincronizzato rispetto a quando l'euro fu concepito, e l'Europa scopre di essere sempre meno padrona del proprio destino finanziario. Di fronte a questa dipendenza strutturale, Draghi indica una via: investire cento miliardi nell'intelligenza artificiale per costruire una crescita europea che non sia in balia delle correnti globali.
Mario Draghi si è presentato alla Banca nazionale svizzera per tenere la lecture in memoria di Karl Brunner, e il tema che ha scelto di affrontare non lascia spazio a dubbi: in questo momento, per le banche centrali, controllare l'inflazione non è una priorità tra le altre, ma la priorità assoluta. L'inflazione sta salendo in tutta Europa e oltre, le banche centrali hanno già iniziato a reagire, ma Draghi ha voluto chiarire cosa significhi davvero agire in questo contesto.
Il meccanismo che descrive è una spirale che si autoalimenta. Quando le finanze pubbliche si deteriorano, i mercati cominciano a nutrire il sospetto che prima o poi il debito venga monetizzato. Questo sospetto non rimane confinato nei calcoli degli analisti: si trasforma in aspettativa di inflazione futura, che a sua volta spinge i costi di finanziamento verso l'alto, indebolendo ulteriormente le finanze pubbliche stesse. Nel caso estremo, la banca centrale si ritroverebbe intrappolata, incapace di alzare i tassi senza alimentare ulteriormente le aspettative di monetizzazione. È un circolo vizioso che Draghi conosce bene, avendo guidato la Bce attraverso crisi che avrebbero potuto generare esattamente questo tipo di dinamica.
Ma Draghi non si limita a descrivere il pericolo. Ricorda anche quello che le misure della Bce hanno effettivamente realizzato durante i tempi più difficili. Hanno ridotto i tassi di interesse a lungo termine di circa 140-150 punti base. Le stime interne della Bce indicano che questi interventi hanno contribuito per oltre un quarto alla crescita dell'area euro tra il 2015 e il 2019. Senza di essi, circa due milioni e mezzo di persone in meno avrebbero trovato un lavoro, e l'inflazione sarebbe scesa sotto lo zero nel 2016. Sono numeri che pesano, che mostrano come la politica monetaria, quando ben calibrata, non sia una forza astratta ma qualcosa che tocca vite concrete.
La seconda priorità, secondo Draghi, è evitare che la crescita risulti più debole di quanto dovrebbe essere. Ma qui emerge una tensione: di fronte a shock inflazionistici, la politica monetaria non può assumersi oggi la responsabilità della crescita. Quello che può fare è garantire che l'andamento dei tassi di riferimento non superi il livello necessario per stabilizzare l'inflazione nel medio termine. È un equilibrio delicato, coerente con l'obiettivo di dare priorità alla stabilità dei prezzi, ma che richiede una comunicazione straordinariamente precisa.
Quando gli shock sono frequenti e complessi, ha sottolineato Draghi, individuare il percorso corretto dei tassi diventa in gran parte una questione di comunicazione. I mercati non valutano un singolo percorso dei tassi di interesse. Valutano ogni percorso che ritengono possibile, ponderato in base alla sua probabilità, e il percorso dei tassi odierno riflette la media di tutte queste possibilità. Questo significa che quello che la banca centrale comunica, e come lo comunica, plasma direttamente il comportamento dei mercati finanziari.
Ma c'è un problema che la banca centrale non può controllare, o almeno non dovrebbe provare a controllare. I tassi di interesse a lungo termine nell'area dell'euro stanno aumentando, e sempre più per ragioni che esulano dal controllo europeo. Negli ultimi mesi hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi quindici anni circa, muovendosi di pari passo con i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense. Non è una coincidenza. I rendimenti a lungo termine nelle economie avanzate ora si muovono in modo molto più sincronizzato rispetto a quando l'euro è stato concepito. L'Europa è sempre meno padrona del suo destino finanziario, trascinata dalle correnti globali che scorrono attraverso i mercati americani.
Citações Notáveis
La priorità assoluta è controllare l'inflazione. Se i mercati dubitano che la stabilità dei prezzi abbia la precedenza sul finanziamento pubblico, il premio di inflazione tornerà e i costi di finanziamento aumenteranno.— Mario Draghi, lecture alla Banca nazionale svizzera
Quando gli shock sono frequenti e complessi, individuare il percorso corretto dei tassi è in gran parte una questione di comunicazione: i mercati devono comprendere come reagirà la banca centrale in ogni scenario.— Mario Draghi