Nel tentativo di conciliare gli impegni europei sulla difesa con i vincoli fiscali interni, l'Italia ha scelto una strada tecnica ma carica di significato politico: reclassificare spese già esistenti — tra cui gli stipendi dei militari — sotto l'ombrello della clausola di salvaguardia per la difesa. È un gesto che rivela quanto spesso, nella gestione della cosa pubblica, la forma dei numeri conti quanto la loro sostanza. La partita si gioca sul confine sottile tra ciò che si aggiunge davvero e ciò che semplicemente cambia etichetta, in un momento in cui le elezioni rendono ogni scelta di bilan
Difesa nella flessibilità Ue: anche gli stipendi militari nella clausola di salvaguardia
Un terzo della flessibilità europea per la difesa serve a pagare stipendi già previsti
Quindi il governo sta dicendo che aumenta la spesa per la difesa, ma in realtà sta solo rietichettando soldi che già spendeva?
Non esattamente. Due terzi dei 7,2 miliardi sono effettivamente nuovi impegni. Ma un terzo, nel 2027, sono spese già previste che vengono spostate nella clausola di salvaguardia.
E come fa a sapere il governo che è un terzo e non di più? Chi decide il confine tra nuovo e rietichettato?
È quello che il Def spiega, ma il testo non è molto preciso su questo punto. È un'area grigia.
Perché il governo fa questo gioco contabile invece di semplicemente aumentare la spesa?
Perché ha un vincolo europeo sulla traiettoria di spesa netta. Se non reclassifica, sforerà il tetto. La clausola di salvaguardia le consente di escludere queste spese dal calcolo.
Ma questo significa che il vincolo europeo è aggirato, non rispettato.
Tecnicamente è rispettato, perché la clausola di salvaguardia è prevista dalle regole europee. Ma sì, il vincolo viene aggirato attraverso una procedura consentita.
E politicamente? Perché il governo è così preoccupato?
Perché la spesa per la difesa è impopolare, soprattutto in una quasi vigilia elettorale. Se il governo dice che aumenta la spesa per la difesa, perde voti. Se dice che la reclassifica, nessuno se ne accorge.
Fino a quando non lo scopre un giornalista o un'opposizione attenta. E allora diventa uno scandalo di trasparenza.
Esatto. Per questo il governo ha dovuto spiegare tutto nella relazione sullo scostamento. Non è nascosto, è solo poco visibile.
Il Polso
- Il governo si trova stretto tra l'obbligo europeo di aumentare la spesa per la difesa e il nuovo parametro della traiettoria di spesa netta, che impone di contenere la crescita complessiva delle uscite pubbliche.
- La clausola di salvaguardia, pensata per finanziare nuovi investimenti militari, viene parzialmente dirottata su spese già previste — stipendi e costi operativi — che il bilancio avrebbe dovuto coprire comunque.
- Nel 2027, un terzo delle risorse attivate dalla clausola riguarderà spese riclassificate, non aggiuntive: un espediente contabile che esclude quelle uscite dai calcoli europei sulla spesa netta.
- La manovra consente al governo di rispettare formalmente i vincoli di Bruxelles senza dichiarare apertamente un aumento della spesa militare, tema impopolare in vista delle elezioni.
- L'ambiguità tra spesa nuova e spesa rinominata rischia di emergere durante il dibattito parlamentare, trasformando una soluzione tecnica in un problema politico difficile da gestire.
Nel tentativo di conciliare gli impegni europei sulla difesa con i vincoli fiscali interni, l'Italia ha scelto una strada tecnica ma carica di significato politico: reclassificare spese già esistenti — tra cui gli stipendi dei militari — sotto l'ombrello della clausola di salvaguardia per la difesa. È un gesto che rivela quanto spesso, nella gestione della cosa pubblica, la forma dei numeri conti quanto la loro sostanza. La partita si gioca sul confine sottile tra ciò che si aggiunge davvero e ciò che semplicemente cambia etichetta, in un momento in cui le elezioni rendono ogni scelta di bilancio anche una scelta di consenso.
L'Italia si trova a fare i conti con una tensione strutturale: da un lato gli impegni europei che chiedono più risorse per la difesa, dall'altro i vincoli fiscali che stringono la crescita della spesa pubblica. Quando il consiglio dei ministri ha approvato il nuovo programma dei conti, è emersa una realtà scomoda: la clausola di salvaguardia per la difesa non finanzierà solo nuovi investimenti militari, ma coprirà anche spese già previste, inclusi gli stipendi dei militari e i costi operativi.
Il punto di partenza è tecnico. Con il deficit 2025 confermato dall'Istat al 3,1%, il governo ha dovuto ridimensionare le ambizioni iniziali. La clausola di salvaguardia finanzierà 7,2 miliardi annui nel 2027 e nel 2028, ma dovrà servire sia investimenti pluriennali sia spese correnti di personale ed esercizio. Nel 2027, la proporzione prevista è di due terzi di impegni effettivamente aggiuntivi e un terzo di spese che cambiano semplicemente etichetta.
Il meccanismo sfrutta una caratteristica del nuovo quadro europeo: le spese incluse nella clausola di salvaguardia vengono escluse dal calcolo della traiettoria di spesa netta. Trasferire sotto quella voce uscite già esistenti — gonfiate dall'inflazione su pensioni e assegno unico — consente all'Italia di rientrare nei limiti senza tagli reali. È un reclassificare, non un aggiungere.
Dietro l'architettura contabile si nasconde però una preoccupazione politica concreta. In una fase dominata dal caro vita e con le elezioni all'orizzonte, l'aumento della spesa militare è un tema sensibile per ampie fette della maggioranza. Presentare la manovra come una semplice riclassificazione consente al governo di evitare un costo di consenso immediato. Ma l'ambiguità tra ciò che si aggiunge davvero e ciò che cambia solo nome potrebbe diventare un nodo difficile da sciogliere quando i dettagli arriveranno all'esame delle Camere.
L'Italia si trova di fronte a un esercizio di contabilità creativa che rivela le tensioni nascoste tra gli impegni europei sulla difesa e i vincoli fiscali che stringono i bilanci pubblici. Quando il governo ha approvato giovedì sera il nuovo programma dei conti nel consiglio dei ministri, ha dovuto affrontare una realtà scomoda: la clausola di salvaguardia per la difesa, che dovrebbe finanziare nuovi investimenti militari, sarà invece utilizzata in parte per coprire spese già previste nei bilanci, inclusi gli stipendi dei militari e le spese operative.
La manovra è nata da una necessità tecnica ma ha implicazioni politiche significative. Quando l'Istat ha confermato che il deficit 2025 si fermerà al 3,1%, il governo ha dovuto ridimensionare le sue ambizioni iniziali per la difesa. La clausola di salvaguardia, che avrebbe potuto dedicare più risorse a nuovi programmi di armamento, è stata costretta a ridursi alle stesse dimensioni previste per l'extradeficit destinato all'energia. Nel 2027 e nel 2028, finanzierà 7,2 miliardi di euro all'anno, perdendo rispetto alle ipotesi estive altri 7,2 miliardi nell'ultimo anno.
Ma il vero nodo è come questi soldi verranno utilizzati. Secondo la relazione sullo scostamento approvata dal governo, gli interventi riguarderanno sia la componente in conto capitale, destinata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali, sia la componente corrente, con particolare riferimento al personale, all'esercizio e alle esigenze operative. In altre parole, una parte significativa della flessibilità europea per la difesa servirà a pagare stipendi e costi operativi che il governo avrebbe dovuto finanziare comunque.
Il meccanismo funziona così: l'Italia deve rispettare non solo il limite sul deficit, ma anche un nuovo parametro europeo chiamato traiettoria di spesa netta, che impone a ogni stato di contenere l'aumento annuale e cumulato della spesa pubblica. Nel 2027, complice l'inflazione che gonfia le pensioni e l'assegno unico universale, l'Italia secondo i calcoli del governo sforerebbe il tetto fissato nel piano di bilancio strutturale del 2024. Trasferendo una quota di queste uscite nella clausola di salvaguardia nazionale, però, vengono escluse dai calcoli sulla traiettoria di spesa. È un reclassificare piuttosto che un aggiungere.
Nel 2027, primo anno di attivazione della clausola, le proporzioni dovrebbero prevedere due terzi di impegni effettivamente aggiuntivi e un terzo di spese già previste che cambiano semplicemente etichetta. Il governo si aspetta che questi incrementi di spesa per la difesa cresceranno anche nel 2028, quando la gabbia dei conti apparirà meno asfissiante. La parte corrente interessata dalla clausola rimane minoritaria rispetto alla spesa in conto capitale, dalla quale il governo si attende effetti a catena sulla attivazione di investimenti privati e la creazione di occupazione.
Ma dietro questa architettura tecnica si nasconde una preoccupazione politica. Settori ampi della maggioranza sono preoccupati delle ricadute negative sul consenso prodotte dall'aumento di spese per la difesa, un tema sempre impopolare ma ancora più delicato in una quasi vigilia elettorale dominata dalla corsa dei prezzi. Utilizzare la flessibilità europea per coprire spese già previste consente al governo di dire che non sta aumentando la spesa per la difesa, ma semplicemente riclassificandola. È una soluzione che soddisfa i vincoli europei senza pagare un prezzo politico immediato, almeno sulla carta. Ma il confine tra la spesa che si aggiunge e quella che si limita a cambiare etichetta rimane ancora poco chiaro, e questo ambiguità potrebbe diventare un problema quando i dettagli emergeranno durante l'approvazione nelle Camere.
Citazioni salienti
Gli interventi riguarderanno sia la componente in conto capitale che la componente corrente, con riferimento particolare al personale, all'esercizio e alle esigenze operative— Relazione sullo scostamento approvata dal governo
Questi incrementi di spesa per la difesa aggiuntivi rispetto allo scenario tendenziale crescerebbero anche nel 2028— Documento di economia e finanza (Def)