Tra minacce e mediazioni, Washington e Teheran continuano a misurarsi attraverso i canali qatarioti mentre lo Stretto di Hormuz rimane chiuso come pegno diplomatico. L'Iran, con sette condizioni irrinunciabili, rifiuta di tornare all'epoca in cui le grandi potenze potevano imporre la propria agenda unilateralmente. Sullo sfondo, lo Yemen brucia: oltre settanta morti in ventiquattr'ore ricordano che le parole dei negoziatori hanno un peso di sangue.
Trump minaccia, l'Iran resta fermo sulle sette condizioni per Hormuz
L'epoca in cui si poteva trascinare il processo è finita
Allora, cosa sta succedendo veramente tra gli Stati Uniti e l'Iran? Sembra che parlino, ma non si capisce se stanno davvero negoziando o solo minacciandosi a vicenda.
Stanno facendo entrambe le cose. C'è un dialogo reale mediato dal Qatar, ma è bloccato su un punto fondamentale: l'Iran dice che lo Stretto di Hormuz rimane chiuso finché non ottiene sette cose specifiche. Washington ha fatto proposte, ma il disaccordo non è sui contenuti, è sull'ordine in cui fare le cose.
Aspetta, quali sono esattamente queste sette condizioni? L'articolo non le elenca.
No, non le elenca. Sappiamo che sono state stabilite in un accordo provvisorio di giugno e che includono questioni nucleari e di sicurezza dello stretto, ma i dettagli specifici non sono pubblici.
E l'Iran è davvero disposto a riaprire lo stretto se gli Stati Uniti accettano il piano di sette giorni?
Secondo Abbas Araqchi, il ministro degli Esteri iraniano, sì. Ha detto esplicitamente che se Washington accetta il piano, lo stretto verrà riaperto entro sette giorni.
Ma ha anche detto che se gli Stati Uniti non accettano, l'Iran è pronto a reagire militarmente. Quindi la minaccia è reale.
E cosa c'entra lo Yemen in tutto questo?
Gli Houthi, che sono appoggiati dall'Iran, controllano parti importanti dello Yemen e dello stretto di Bab el-Mandeb. L'Arabia Saudita sta lanciando un'operazione militare per scacciarli, ma gli Stati Uniti si rifiutano di partecipare.
Interessante. Quindi gli Stati Uniti non vogliono escalare militarmente nello Yemen, ma allo stesso tempo stanno negoziando con l'Iran su Hormuz. Sembra una strategia incoerente.
O forse è coerente nel senso che gli Stati Uniti stanno cercando di evitare una guerra più ampia?
Potrebbe essere. Ma il risultato è che i sauditi si sentono abbandonati, e gli Houthi continuano a combattere. Nel frattempo, oltre 70 persone sono morte in 24 ore nello Yemen.
El Pulso
- Lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso e l'Iran lo usa come leva: nessuna riapertura finché Washington non accetterà le sette condizioni stabilite a giugno.
- Trump minaccia, ma Teheran risponde con calma strategica: Ghalibaf avverte che l'era delle imposizioni unilaterali americane è tramontata.
- Il nodo non è il contenuto del piano di sette giorni per misure di fiducia, ma chi deve muoversi per primo — una disputa di sequenza che blocca tutto.
- L'Iran alza la posta militare: Teheran è pronta ad aumentare velocità e gittata dei propri missili se i negoziati fallissero.
- Nello Yemen la diplomazia cede il passo alle armi: oltre 70 morti in 24 ore mentre Arabia Saudita e forze governative lanciano una controffensiva contro gli Houthi.
- Gli USA si rifiutano per la seconda volta di partecipare agli attacchi aerei sauditi nello Yemen, lasciando Riad a guidare da sola i combattimenti aerei.
Tra minacce e mediazioni, Washington e Teheran continuano a misurarsi attraverso i canali qatarioti mentre lo Stretto di Hormuz rimane chiuso come pegno diplomatico. L'Iran, con sette condizioni irrinunciabili, rifiuta di tornare all'epoca in cui le grandi potenze potevano imporre la propria agenda unilateralmente. Sullo sfondo, lo Yemen brucia: oltre settanta morti in ventiquattr'ore ricordano che le parole dei negoziatori hanno un peso di sangue.
Le trattative tra Washington e Teheran oscillano tra aperture e intimidazioni, con il Qatar che fa da ponte discreto. L'Iran non cede: lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché sette condizioni — fissate in un accordo provvisorio di giugno — non saranno soddisfatte. Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore e presidente del parlamento iraniano, ha ribadito questa linea con fermezza: l'epoca in cui gli Stati Uniti potevano trascinare i negoziati e imporre richieste unilaterali è finita.
Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha precisato che Teheran ha già comunicato la propria posizione generale ai mediatori, ma che restano ulteriori punti da trasmettere. Le proposte americane, ha spiegato, sono sostanzialmente in linea con le posizioni precedenti sul nucleare, ma la priorità ora è lo Stretto. Baghaei ha anche smentito che l'Iran abbia offerto accesso alle proprie strutture nucleari in cambio di un allentamento delle sanzioni.
Il piano in discussione prevede sette giorni di misure di rafforzamento della fiducia per tornare al memorandum di giugno. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha chiarito: se Washington accetterà il piano, lo Stretto riaprirà entro lo stesso termine. Altrimenti, l'Iran è pronto a rispondere militarmente — e il portavoce delle forze armate Mohammad Akraminia ha annunciato che Teheran è in grado di aumentare velocità e gittata dei propri missili, necessari ora che il nemico si trova fino a mille chilometri dalle coste iraniane.
Mentre i negoziati procedono, lo Yemen si trasforma in un teatro di guerra sempre più violento. Gli Houthi, sostenuti da Teheran, hanno colpito impianti di Aramco a Riad e nella zona di Khurais. In risposta, le forze governative yemenite appoggiate dall'Arabia Saudita hanno lanciato una vasta controffensiva con l'obiettivo di riconquistare territori e allontanare gli Houthi dalla costa del Mar Rosso e dallo stretto di Bab el-Mandeb. Nelle ultime ventiquattr'ore, i combattimenti nella provincia di Taiz hanno causato oltre 70 morti, quasi equamente divisi tra i due fronti. Gli Stati Uniti, per la seconda volta in poche settimane, hanno rifiutato di partecipare agli attacchi aerei richiesti da Riad.
Le trattative tra Washington e Teheran continuano a oscillare tra aperture e minacce, con il Qatar che fa da intermediario dietro le quinte. Ma l'Iran non cede: lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, e resterà tale finché non saranno soddisfatte sette condizioni stabilite in un accordo provvisorio di giugno. Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore e presidente del parlamento iraniano, ha ribadito questa linea anche dopo le ultime intimidazioni di Trump. Washington ha presentato alcune proposte attraverso i mediatori qatarioti, in risposta a una tabella di marcia iraniana di sette giorni per la riapertura dello stretto. Ma Ghalibaf è stato chiaro: l'epoca in cui gli Stati Uniti potevano trascinare i negoziati e imporre richieste unilaterali è finita. La posizione dell'Iran, ha detto, rimane "chiara e definita".
Esmaeil Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha precisato che Teheran ha comunicato la propria posizione generale ai mediatori, ma che restano ulteriori punti da trasmettere a Washington. Le proposte americane, ha spiegato, sono più o meno in linea con le loro posizioni precedenti, soprattutto sulla questione nucleare. Ma in questa fase, ha sottolineato, la priorità iraniana è lo Stretto di Hormuz, e il ripristino della sicurezza in quel passaggio marittimo richiede passi concreti dagli Stati Uniti. Baghaei ha anche smentito che Teheran abbia offerto all'Agenzia internazionale per l'energia atomica l'accesso alle proprie strutture nucleari in cambio di un allentamento delle sanzioni americane. L'Iran, ha ribadito, non ha avviato discussioni sul nucleare con Washington.
Il documento in circolazione delinea un periodo di sette giorni dedicato a misure di rafforzamento della fiducia, volto a riportare le due parti a una versione aggiornata del memorandum d'intesa concordato a giugno. Questo piano include passi concreti riguardanti il programma nucleare iraniano. Il disaccordo, però, non sembra vertere sui contenuti del piano stesso, ma sulla sequenza delle azioni da intraprendere. Abbas Araqchi, ministro degli Esteri iraniano, ha ribadito che se gli Stati Uniti accetteranno il piano di sette giorni, lo Stretto di Hormuz verrà riaperto entro lo stesso termine. Altrimenti, ha avvisato, il Paese è pronto a reagire a un'azione militare.
La minaccia iraniana è accompagnata da una dichiarazione sulle capacità militari. Mohammad Akraminia, portavoce delle forze armate iraniane, ha detto che Teheran è pronto ad aumentare la velocità e la gittata dei missili a disposizione. La ragione, ha spiegato, è che il nemico si trova ora molto più lontano dalle coste iraniane rispetto alle prime fasi del conflitto, una distanza che arriva fino ai mille chilometri.
Mentre i negoziati procedono, lo Yemen diventa teatro di scontri sempre più intensi. Gli Houthi, appoggiati dall'Iran, hanno rivendicato un nuovo attacco contro impianti del colosso energetico saudita Aramco a Riad e nella zona di Khurais. In risposta, le forze governative yemenite, sostenute dall'Arabia Saudita, hanno lanciato una controffensiva. Nelle ultime 24 ore, i combattimenti nella provincia di Taiz e nelle aree limitrofe hanno causato oltre 70 morti, quasi equamente ripartiti tra i due fronti.
Il leader del governo yemenita sostenuto da Riad ha annunciato l'inizio di una vasta operazione militare contro gli Houthi, con l'obiettivo di riconquistare il territorio sotto il loro controllo e allontanarli dalle aree della costa del Mar Rosso che controllano lo stretto di Bab el-Mandeb. I sauditi saranno a capo dei combattimenti aerei, mentre le forze yemenite saranno impegnate sul terreno. Ma gli Stati Uniti hanno respinto le richieste di Riad di partecipare all'operazione e effettuare attacchi aerei. È la seconda volta nelle ultime settimane che Washington si rifiuta di unirsi agli sforzi militari sauditi nello Yemen.
Citas Notables
Lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto finché non saranno soddisfatte le nostre sette condizioni basate sul Memorandum di Islamabad— Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore e presidente del parlamento iraniano
Se gli Stati Uniti accetteranno il piano iraniano di sette giorni, lo Stretto di Hormuz verrà riaperto entro lo stesso termine— Abbas Araqchi, ministro degli Esteri iraniano