Due anni dopo una notte di violenza nella casa di una confraternita della Cornell University, lo Stato di New York torna a guardare ciò che aveva preferito non vedere. La governatrice Hochul ha sottratto il caso alla procura locale e lo ha affidato all'Attorney General statale, riconoscendo un doppio fallimento: quello delle istituzioni che dovevano proteggere una giovane donna, e quello di una legge che, nella sua formulazione attuale, trasforma la vittima in imputata. In questo gesto politico e giuridico si rispecchia una domanda più antica: fino a quando una cultura dell'impunità può soprav
Stupro a Cornell, gli Usa riaprono il caso: protesta social con 'Siamo tutte Jane Doe'
Abbandonata dalle persone e dalle istituzioni che avevano il dovere di proteggerla
Perché questo caso è rimasto fermo per due anni? Non è strano che nessuno abbia spinto per una risposta più veloce?
La fonte dice che il rapporto della polizia del campus ha omesso una parte cruciale della testimonianza di Jane Doe. Quando dici che qualcosa rimane nel cassetto, spesso significa che le persone giuste non hanno visto i documenti giusti, o non hanno avuto il potere di agire.
Ma qui dobbiamo essere precisi: sappiamo che il rapporto è stato alterato, o sappiamo solo che una parte è stata omessa? Sono cose diverse. E chi ha deciso di ometterla?
Il New York Times ha ottenuto i documenti, quindi sappiamo che la parte sulla dichiarazione "al cento per cento" di Jane Doe non è finita nel rapporto trasmesso alla procura. Ma hai ragione — non sappiamo ancora chi ha preso quella decisione.
E i sette ragazzi — sono stati accusati formalmente, o stanno solo negando?
Stanno negando. Non vediamo nel materiale che siano stati accusati formalmente. Questo è importante. L'inchiesta è stata riaperta, ma non significa che i procedimenti siano già avviati.
Quello che sappiamo è che la governatrice ha definito "fallimento" il modo in cui l'università ha gestito tutto. E ha criticato una legge dello stato che, di fatto, protegge meno le vittime che avevano bevuto volontariamente.
Quindi il problema non è solo quello che è accaduto, ma anche le leggi che lo permettono?
Esattamente. Hochul sta dicendo che la legge stessa è difettosa. Se una vittima aveva bevuto prima, la legge non la protegge dal consenso. È una falla nel sistema.
Ma qui dobbiamo chiederci: è una falla nella legge, o è una falla nell'interpretazione? Perché in molti stati il consenso è il consenso, indipendentemente dall'alcol.
Buona domanda. Quello che sappiamo è che Hochul la vede come una falla nella legge di New York. Se vuoi sapere come altri stati la vedono, quello è un'altra storia.
E il presidente dell'università? Hochul non ha chiesto le dimissioni?
No, non ancora. Ha detto "per ora". Quello è un segnale che potrebbe cambiare.
O Pulso
- Una ventenne entra in una festa alla confraternita Chi Phi di Cornell e ne esce vittima di sette studenti, con alcol e ketamina somministrati forzatamente — ma per due anni nessuno risponde.
- La sua testimonianza più esplicita — 'sono stata stuprata al cento per cento' — non viene nemmeno inclusa nel rapporto trasmesso alla procura, rivelando una catena di omissioni istituzionali.
- La governatrice Hochul denuncia una falla legislativa che di fatto deprotegge le vittime che avevano bevuto o assunto sostanze prima dell'aggressione, scaricando su di loro la responsabilità.
- L'inchiesta, ora nelle mani dell'Attorney General Letitia James, si allarga alle confraternite e al presidente dell'università Kotlikoff, mettendo sotto pressione l'intero sistema della 'Greek Life' a Cornell.
- Sui social media l'hashtag 'Siamo tutte Jane Doe' trasforma la solidarietà in scudo collettivo, proteggendo l'anonimato della ragazza mentre migliaia si identificano con lei.
Due anni dopo una notte di violenza nella casa di una confraternita della Cornell University, lo Stato di New York torna a guardare ciò che aveva preferito non vedere. La governatrice Hochul ha sottratto il caso alla procura locale e lo ha affidato all'Attorney General statale, riconoscendo un doppio fallimento: quello delle istituzioni che dovevano proteggere una giovane donna, e quello di una legge che, nella sua formulazione attuale, trasforma la vittima in imputata. In questo gesto politico e giuridico si rispecchia una domanda più antica: fino a quando una cultura dell'impunità può sopravvivere all'ombra del prestigio?
Due anni di silenzio pesano su una storia che inizia con una ragazza ventenne che entra nella casa della confraternita Chi Phi a Cornell University per incontrare un amico. Nelle ore successive, sette studenti — tre dei quali giocatori di rugby universitario — si alternano su di lei dopo averle somministrato alcol e ketamina. Un messaggio su Snapchat aveva annunciato la sua presenza nella casa, richiamando altri. Tre settimane dopo, Jane Doe si presenta alla polizia del campus: dice di essere stata stuprata «al cento per cento». Quella frase non finisce nel rapporto trasmesso alla procura.
Il caso rimane fermo per due anni nei fascicoli della procura della contea di Tompkins, finché questa settimana la governatrice Kathy Hochul decide di strapparlo dalle mani dei magistrati locali e affidarlo a Letitia James, l'Attorney General dello stato. Hochul parla apertamente di «fallimento» — dell'università, delle istituzioni, e di una legge statale che contiene una «falla nei codici»: se la vittima aveva bevuto o assunto droghe volontariamente prima dell'aggressione, la normativa sul consenso non la tutela. In altre parole, la colpa ricade su di lei.
I sette studenti coinvolti, ribattezzati i «Cornell Seven», negano ogni accusa. Ma l'indagine ora si allarga: punta alle confraternite studentesche, radicate nell'isolamento del campus, e al presidente dell'università Michael Kotlikoff. Hochul non ha ancora chiesto le sue dimissioni, ma la pressione politica è evidente. Cornell è parte dell'Ivy League, simbolo dell'eccellenza accademica americana — eppure quello che è accaduto tra le sue mura, e il modo in cui è stato gestito, rivela che nemmeno le istituzioni più prestigiose sono immuni da una cultura di violenza e impunità.
Sui social media dilaga l'hashtag «Siamo tutte Jane Doe»: non solo solidarietà, ma un contro-doxxing collettivo, un modo per proteggere l'anonimato della ragazza mentre migliaia si identificano con lei. L'inchiesta riaperta è un primo passo. Quello che accadrà nei prossimi mesi dirà se, finalmente, qualcuno dovrà rendere conto.
Due anni di silenzio. Una ragazza ventenne entra nella casa della confraternita Chi Phi a Cornell University per incontrare un amico. Quello che accade nelle ore successive — sette studenti, alcol forzato, ketamina, violenza sessuale — rimane sepolto nei fascicoli della procura della contea di Tompkins, senza movimento, senza risposta. Fino a questa settimana, quando la governatrice di New York Kathy Hochul strappa l'inchiesta dalle mani dei magistrati locali e la affida a Letitia James, l'Attorney General dello stato, una mossa che segnala quanto il caso sia diventato politicamente urgente e quanto sia fallito il primo tentativo di perseguire i responsabili.
La ragazza, identificata nei documenti legali come Jane Doe, era già ubriaca quando è arrivata alla festa. Un messaggio su Snapchat annuncia la presenza di "free pussy" nella casa, e altri studenti arrivano. Tre di loro giocano a rugby per l'università. Alla fine, in sette si alternano sulla giovane dopo averle dato altro alcol e ketamina. Secondo i documenti ottenuti dal New York Times, Jane Doe si presenta alla polizia del campus tre settimane dopo, ancora combattuta tra la vergogna e il senso di colpa che ha condiviso con altre compagne. Dice di essere stata stuprata "al cento per cento". Ma quella parte della sua testimonianza non finisce nel rapporto che viene trasmesso alla procura.
Ora Hochul parla di "fallimento" — il modo in cui l'università ha gestito la situazione, il modo in cui le istituzioni hanno abbandonato una giovane che aveva subito "qualcosa di indicibile". E critica una legge dello stato di New York che, secondo lei, contiene una "falla nei codici": se la vittima di uno stupro aveva bevuto o assunto droghe volontariamente prima dell'atto sessuale, la legge non la protegge dalle norme sul consenso. In altre parole, la colpa ricade su di lei.
I sette ragazzi coinvolti — i "Cornell Seven", come sono stati soprannominati — negano tutto. Ma l'inchiesta ora si allarga. Punta alle confraternite studentesche, la "Greek Life" che a Cornell è radicata profondamente, alimentata dall'isolamento del campus. Punta al presidente dell'università Michael Kotlikoff, anche se per ora Hochul non ha chiesto le sue dimissioni. Punta a una cultura universitaria che, dieci anni dopo l'esplosione del #MeToo, continua a proteggere i colpevoli e a silenziare le vittime.
Sui social media dilaga la protesta con l'hashtag "Siamo tutte Jane Doe". Non è solo un gesto di solidarietà. È un contro-doxxing collettivo, un modo per proteggere l'anonimato della ragazza mentre migliaia di persone si identificano con lei, dicono il suo nome finto come se fosse il loro. Cornell è una delle università più prestigiose d'America, parte della Ivy League, il simbolo dell'eccellenza accademica. Ma quello che è accaduto dentro le sue mura — e il modo in cui è stato gestito — suggerisce che nemmeno le istituzioni più elite sono immuni da una cultura di violenza e impunità. L'inchiesta riaperta è un primo passo. Quello che accadrà nei prossimi mesi dirà se, finalmente, qualcuno dovrà rendere conto.
Citações Notáveis
Questa giovane aveva subito qualcosa di indicibile ed è stata abbandonata dalle persone e dalle istituzioni che avevano il dovere di proteggerla— Governatrice Kathy Hochul
Una falla nei codici della legge statale che non protegge adeguatamente le vittime di stupro— Governatrice Kathy Hochul, sulla legge di New York