A Belgrado si è spenta a novantasei anni Biljana Plavsic, già presidente della Repubblica dei serbi di Bosnia e figura tra le più controverse delle guerre balcaniche degli anni Novanta. Condannata nel 2003 dall'Aia a undici anni per crimini di guerra e scarcerata nel 2009, era rimasta l'unica alta dirigente dell'ex Jugoslavia ad aver riconosciuto pubblicamente la propria responsabilità nelle persecuzioni di croati e musulmani bosniaci. La sua morte non chiude una ferita, ma segna la fine di una testimonianza scomoda: quella di chi ha detto 'sì, l'ho fatto', in un panorama in cui quella parola
Morta Biljana Plavsic, la "Lady di ferro" dei Balcani condannata per crimini di guerra
La più alta esponente dell'ex Jugoslavia a riconoscere la propria responsabilità
Quando leggo che Plavsic ha descritto i massacri come un "fenomeno naturale", mi chiedo: cosa intendeva esattamente? Era una giustificazione o una negazione?
È una distinzione importante. Dicendo "fenomeno naturale" anziché crimine, stava cercando di togliere l'intenzionalità, di renderlo inevitabile. Ma davanti al tribunale ha comunque ammesso il suo ruolo attivo nella campagna di persecuzione. Quindi non era una negazione totale — era una razionalizzazione.
Ma qui dobbiamo essere precisi: il tribunale ha accettato questa ammissione come responsabilità legale? Perché c'è una differenza tra ammettere "ho partecipato" e ammettere "ho commesso un crimine deliberato".
Giusto. E allora perché è stata scarcerata dopo due terzi della pena? Era una riduzione per buona condotta, o c'era qualcosa di più?
La fonte non specifica il motivo esatto della scarcerazione anticipata. Sappiamo solo che è stata rilasciata nel 2009 dopo aver scontato due terzi dei suoi undici anni. Potrebbe essere stata una combinazione di fattori — comportamento in carcere, età avanzata, ammissione di responsabilità.
Allora non sappiamo davvero se la sua ammissione ha influenzato la decisione di rilasciarla. Potrebbe essere stata una questione amministrativa.
E dopo il rilascio, ha mai parlato pubblicamente di quello che aveva fatto? Ha cercato riconciliazione?
La fonte dice che è rimasta "lontana dalla vita politica". Non c'è menzione di attività pubblica, dichiarazioni, o sforzi di riconciliazione. Ha semplicemente vissuto a Belgrado per diciassette anni.
Quindi non sappiamo cosa ha fatto con il resto della sua vita. Potrebbe aver riflettuto profondamente, potrebbe aver cercato il perdono in privato, o potrebbe aver semplicemente aspettato la morte. La fonte non ce lo dice.
E il commento di Dodik sulla sua morte — come lo interpreti?
È una scelta narrativa. Parla di "lotta, sacrifici e grandi sfide", non di vittime o di sofferenza. È il modo in cui alcuni ancora raccontano quella storia.
Ma è importante notare che Dodik non nega quello che Plavsic ha ammesso. Non dice che non è successo. Semplicemente sceglie di inquadrarlo diversamente.
Der Puls
- Una delle ultime protagoniste viventi delle guerre balcaniche scompare senza che la regione abbia ancora trovato un linguaggio condiviso per raccontare quelle atrocità.
- Plavsic aveva descritto i massacri di civili come un 'fenomeno naturale', una razionalizzazione che alleggeriva il crimine pur ammettendolo — una contraddizione che ha accompagnato tutta la sua eredità.
- Milorad Dodik ha commemorato la sua morte celebrando la 'lotta e i sacrifici' che portarono alla Republika Srpska, senza alcun riferimento alle vittime: il contrasto con l'ammissione di Plavsic rivela quanto poco sia cambiata la narrativa ufficiale.
- Dopo il rilascio dal carcere nel 2009, Plavsic scelse il silenzio e il ritiro totale, lasciando aperta la domanda se il suo riconoscimento fosse stato redenzione, calcolo, o qualcosa di più ambiguo.
A Belgrado si è spenta a novantasei anni Biljana Plavsic, già presidente della Repubblica dei serbi di Bosnia e figura tra le più controverse delle guerre balcaniche degli anni Novanta. Condannata nel 2003 dall'Aia a undici anni per crimini di guerra e scarcerata nel 2009, era rimasta l'unica alta dirigente dell'ex Jugoslavia ad aver riconosciuto pubblicamente la propria responsabilità nelle persecuzioni di croati e musulmani bosniaci. La sua morte non chiude una ferita, ma segna la fine di una testimonianza scomoda: quella di chi ha detto 'sì, l'ho fatto', in un panorama in cui quella parola è ancora rara.
Biljana Plavsic è morta a Belgrado all'età di novantasei anni. La notizia è stata diffusa dalla RTRS, l'emittente pubblica della Repubblica dei serbi di Bosnia: sarà sepolta a Banja Luka, capitale della regione. Con lei scompare una figura che non ha costruito, ma ha distrutto — e che, più tardi di chiunque altro, ha avuto il coraggio o la lucidità di dirlo.
Soprannominata la 'Lady di ferro' dei Balcani, nel 2003 era stata condannata a undici anni dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia. Aveva scontato la pena in una struttura svedese, ottenendo la scarcerazione nel 2009 dopo aver completato due terzi della sentenza. Da allora visse ritirata a Belgrado, lontana dalla politica e dall'attenzione pubblica.
Ciò che la distingue nella storia di quel periodo è l'ammissione. Davanti al tribunale dell'Aia, Plavsic riconobbe il proprio ruolo nella campagna di persecuzione contro croati e musulmani bosniaci, confermando il suo legame con Radovan Karadzic e il sostegno alle operazioni di pulizia etnica. Era la più alta esponente dell'ex Jugoslavia ad aver mai detto quelle parole. Eppure le aveva accompagnate con una definizione agghiacciante: i massacri come 'fenomeno naturale', quasi inevitabile, quasi biologico — una razionalizzazione che non cancellava la responsabilità, ma la rendeva ancora più difficile da elaborare.
Alla sua morte, Milorad Dodik ha pubblicato una dichiarazione che ricordava Plavsic come parte di un periodo di 'lotta e grandi sfide' che aveva portato alla nascita della Republika Srpska. Nessun riferimento alle vittime, nessun riconoscimento del dolore. Questo scarto — tra chi ha ammesso e chi ancora celebra — è forse il vero testamento della sua esistenza: non una risposta, ma una domanda che la regione non ha ancora finito di affrontare.
Biljana Plavsic è morta a Belgrado all'età di novantasei anni. L'annuncio è arrivato dalla RTRS, l'emittente pubblica della Repubblica dei serbi di Bosnia, che ha precisato che sarà sepolta a Banja Luka, capitale della regione. Con la sua scomparsa se ne va una figura centrale della storia balcanica recente — non per aver costruito qualcosa, ma per aver riconosciuto, più tardi di chiunque altro, il ruolo che aveva giocato nella sua distruzione.
Plavsic era stata soprannominata la "Lady di ferro" dei Balcani. Nel 2003, il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia con sede all'Aia l'aveva condannata a undici anni di carcere per crimini di guerra. Aveva trascorso la maggior parte di quella pena in una struttura svedese, e nel 2009, dopo aver scontato due terzi della sentenza, era stata scarcerata. Da quel momento fino alla sua morte, rimase a Belgrado, completamente ritirata dalla vita politica.
Ciò che la distingueva da molti altri leader balcanici era che aveva ammesso. Davanti al tribunale internazionale, aveva riconosciuto il suo ruolo di primo piano nella campagna di persecuzione contro i croati e i musulmani bosniaci durante la guerra bosniaca degli anni novanta. Era stata alleata di Radovan Karadic, il capo militare dei serbi di Bosnia, e aveva sostenuto pubblicamente le operazioni di pulizia etnica. Ma a differenza di tanti altri, aveva detto sì, era vero, l'ho fatto.
Ciò che rende ancora più difficile da digerire è come aveva parlato di quelle azioni. Aveva descritto i massacri non come crimini, non come scelte deliberate, ma come un "fenomeno naturale" — una frase che racchiude una logica terribile: che la violenza di massa fosse inevitabile, quasi biologica, piuttosto che il risultato di decisioni prese da persone in posizioni di potere. Eppure, nonostante questa razionalizzazione, aveva comunque ammesso la responsabilità.
Milorad Dodik, ex presidente della Repubblica dei serbi di Bosnia, ha commentato la sua morte con una dichiarazione su X che la ricordava come parte di un periodo di "lotta, sacrifici e grandi sfide" che aveva portato alla creazione della Republika Srpska. Non c'era riconoscimento del dolore inflitto, solo una narrazione di fondazione. Questo contrasto — tra l'ammissione di Plavsic e il modo in cui altri ancora raccontano quella storia — è forse il vero epilogo della sua vita.
Plavsic rimane la più alta esponente dell'ex Jugoslavia ad aver riconosciuto pubblicamente la propria responsabilità nelle atrocità commesse durante le guerre balcaniche. Non è un primato di cui essere orgogliosi, ma è un primato. Negli ultimi diciassette anni della sua vita, dopo il rilascio dal carcere, non ha cercato il ritorno alla politica, non ha cercato la riabilitazione pubblica. Ha semplicemente vissuto, in una città che stava ancora elaborando cosa significasse tutto ciò che era accaduto.
Bemerkenswerte Zitate
Ha descritto i massacri come un 'fenomeno naturale' anziché come un crimine di guerra— Documentazione del Tribunale penale internazionale
La sua scomparsa ci ricorda ancora una volta quel periodo di lotta, sacrifici e grandi sfide lungo il cammino che ha portato alla creazione della Republika Srpska— Milorad Dodik, ex presidente della Repubblica dei serbi di Bosnia