Modelli di linguaggio: cosa sono, perché fanno discutere e quali rischi e prospettive si aprono

Prima di basare infrastrutture critiche su sistemi instabili, serve più ricerca
Pomaro avverte che, data la facilità di jailbreak, il controllo sui modelli attuali è ancora scarso.
Mark

Partiamo dalle basi: che cos'è, in sostanza, un modello di linguaggio?

Mimi

Un software che, analizzando enormi quantità di dati, impara a prevedere la parola successiva in una frase, tenendo conto del contesto. Usa reti neurali profonde e calcoli statistici.

Mark

Eppure l'idea è vecchia: si parla di Eliza, negli anni Sessanta.

Mimi

Sì, uscì dal MIT ed è considerato il primo chatbot. Quello che è cambiato è la diffusione, grazie a ChatGPT.

Luke

Attenzione però: tutto il quadro arriva da una sola voce, Alessio Pomaro. Il pezzo è un'intervista, non un'inchiesta.

Mark

Pomaro dice che la stagione dei chatbot «tristi» è finita. È un fatto?

Luke

È una sua valutazione. Il testo non porta dati sulla qualità dell'assistenza clienti, anzi ammette che c'è ancora molto da fare.

Mimi

Il caso Uber India, invece, è un esempio concreto: un video girato una volta sola, personalizzato per ogni dipendente con voce clonata e sincronia labiale.

Mark

E i rischi?

Mimi

Affidabilità, privacy, copyright e bias. Sul copyright c'è la causa del New York Times contro OpenAI e Microsoft, a fine 2023.

Luke

Di quella causa il testo dice solo che esiste: non ne conosciamo l'esito. E sull'open source Pomaro difende una tesi, riconoscendo che altri la pensano diversamente.

  • Gli LLM sono già dentro suite per ufficio, motori di ricerca e strumenti di editing, spesso senza che l'utente se ne accorga.
  • Il New York Times ha citato in giudizio OpenAI e Microsoft alla fine del 2023, accusandole di riprodurre testi protetti.
  • Un modello che brilla nei test può cedere di colpo davanti a dati reali o a input leggermente diversi, e in sanità o finanza l'errore pesa.
  • Le aziende stanno collegando i propri archivi ai modelli tramite sistemi RAG, mentre il dibattito sull'open source resta aperto tra chi chiede trasparenza e chi teme abusi.
  • La strada indicata passa per più ricerca, sistemi verificabili e nuove regole di governance prima di costruire infrastrutture critiche su queste tecnologie.

Nel 1960 il MIT presentò Eliza, e da quel gesto modesto discende una storia che oggi tocca la vita di chiunque: quella dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni, capaci di prevedere la parola successiva in una frase osservando enormi quantità di testo. Sono entrati nei programmi che usiamo ogni giorno, nei motori di ricerca e negli assistenti, e portano con sé promesse di efficienza insieme a domande irrisolte su affidabilità, privacy, diritti d'autore e controllo. Il loro cammino, come ricorda l'ingegnere Alessio Pomaro, è appena cominciato, e la sua direzione dipenderà da quanto sapremo comprenderli prima di affidare loro ciò che conta di più.

Tutto comincia nel 1960, quando il Massachusetts Institute of Technology produce Eliza, considerato il primo chatbot della storia. Da allora la strada dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni, gli LLM, è stata lunga, ma è stata la diffusione di ChatGPT a portarli davanti agli occhi di tutti, anche di chi non ha alcuna competenza tecnica.

In concreto, si tratta di software che, appoggiandosi a reti neurali profonde e a calcoli statistici, analizza enormi quantità di dati e impara a indovinare la parola successiva in una frase. Oggi questa capacità si trova quasi ovunque: nei servizi di Google, Microsoft, Amazon e Adobe, nei motori di ricerca, nei chatbot. Per le aziende si aprono i sistemi RAG, che collegano l'intero patrimonio di conoscenza di un'organizzazione a un modello. Il caso di Uber India, che ha salutato i dipendenti con un video personalizzato in più lingue, mostra quanto questi strumenti possano già essere concreti.

Pomaro, che guida l'intelligenza artificiale di Search On Media Group, riconosce che le esperienze passate sono state spesso deludenti, ma ritiene che quella fase sia chiusa. Si preparano assistenti multimodali capaci di capire immagini, documenti e audio, con un possibile abbattimento della barriera linguistica.

I nodi restano però molti. L'affidabilità pesa soprattutto nei contesti ad alto rischio, la privacy è messa alla prova da dati sensibili aggregati su larga scala, il copyright è al centro di cause e denunce, e i bias ereditati dai dati di addestramento continuano a riflettersi nei risultati. Anche l'open source divide: la trasparenza può rafforzare la sicurezza, come è avvenuto con Linux e Apache, ma la facilità di aggirare i controlli preoccupa.

La conclusione di Pomaro è prudente ma non pessimista: servono sistemi più trasparenti nel legame tra fonti e risposte e nuove forme di governance, non per frenare la ricerca, ma per capire quali strade siano davvero percorribili.

Nel 1960 il Massachusetts Institute of Technology produsse Eliza, considerato il primo chatbot della storia. Da lì parte, ufficialmente, la vicenda dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni, gli LLM, che oggi vivono una nuova stagione e sono al centro del dibattito soprattutto grazie a ChatGPT. Il servizio ne ha reso l'uso accessibile a chiunque, anche a chi non ha alcuna competenza tecnica.

Cosa sono, in concreto? Un ramo dell'apprendimento automatico capace di comprendere e generare linguaggio umano, che si appoggia a reti neurali profonde, tecniche pensate per elaborare grandi moli di dati e per emulare il cervello umano. Senza tecnicismi: è un software che simula il linguaggio con calcoli statistici e algoritmi e, analizzando enormi quantità di dati, impara a prevedere la parola successiva in una frase tenendo conto del contesto. A raccontarne il futuro è Alessio Pomaro, ingegnere e Head of Artificial Intelligence di Search On Media Group.

Gli ambiti d'uso sono, in pratica, tutti. Addestrati con un lessico specifico, gli LLM si muovono con disinvoltura in settori circoscritti come diritto, medicina, turismo e agricoltura; generano testo, immagini, audio, video e codice di programmazione; alimentano chatbot che rispondono a domande specifiche, anche se nell'assistenza ai clienti resta molto da fare per alzare la qualità. Secondo Pomaro, più che di ambiti conviene parlare di integrazione: Google fa evolvere Duet AI dentro Workspace, Microsoft porta Copilot su Windows e nella sua suite, Amazon ha creato Q all'interno di AWS, Adobe ha dotato Photoshop di strumenti avanzati di editing e ha anticipato un lavoro notevole sul video. Lo stesso vale per la ricerca online, con Copilot su Bing, la Search Generative Experience di Google e Perplexity.

Per le aziende, spiega Pomaro, si apre la strada dei sistemi RAG (Retrieval Augmented Generation), che collegano grandi raccolte di dati, potenzialmente l'intera conoscenza aziendale, a un modello di linguaggio per estrarla ed elaborarla in output diversi. Nascono anche strutture dati dedicate, come Infinity, il database «AI-native». I modelli possono inoltre essere personalizzati con i dati dell'azienda. L'esempio citato è Uber India: per i dieci anni del marchio ha inviato a tutti i dipendenti un video in cui l'attore Sonu Sood li saluta per nome, realizzato con un'unica ripresa, clonazione della voce, parti dinamiche e sincronizzazione labiale, in indiano e inglese.

Pomaro riconosce che l'esperienza comune con i chatbot è stata spesso deludente, fatta di risposte del tipo «scusa, non ho capito», frutto di una tecnologia acerba. A suo giudizio quella parentesi è chiusa: grazie a miglioramenti strutturali e alla scala dei dati di addestramento, i modelli sono cresciuti con un'accelerazione impressionante e produrranno assistenti multimodali, capaci di scambiare immagini, documenti e audio in più lingue, contribuendo ad abbattere la barriera linguistica.

I problemi, però, non mancano. Il primo è l'affidabilità, soprattutto in situazioni ad alto rischio: un modello che va bene nei benchmark può fallire in modi inattesi con dati reali o input leggermente modificati. Poi la privacy, perché i modelli aggregano enormi quantità di dati che possono includere informazioni sensibili. Poi il copyright: alla fine del 2023 il New York Times ha fatto causa a OpenAI e Microsoft, accusando le loro IA di sfruttare e riprodurre porzioni di testo protette. Pomaro cita anche le denunce di utenti che generano immagini probabilmente derivate da dati coperti da diritto d'autore, e i bias ereditati dai dati di addestramento.

Resta la questione dell'open source, con progetti come The Cheshire Cat che facilitano l'accesso agli LLM e ne amplificano rischi e vantaggi. Pomaro riconosce l'esistenza di correnti di pensiero che vedono nei modelli aperti un aumento dei pericoli, ma ritiene che i modelli di fondazione aperti siano importanti per la sicurezza: permettono molta ricerca necessaria e offrono trasparenza e verificabilità, come è accaduto per Linux, Apache e MySQL. Ammette però che, vista la facilità di jailbreak, cioè di aggirare i controlli di sicurezza, la comprensione e il controllo sui modelli attuali sono scarsi, e questo va risolto con la ricerca prima di basare infrastrutture critiche su sistemi instabili.

Per superare le difficoltà, conclude Pomaro, servono sistemi più affidabili e trasparenti nel legame tra fonti e risultati, e nuove forme di governance per regolamentare addestramento e uso: non per frenare la ricerca, ma per capire quali direzioni siano percorribili.

I modelli aperti offrono trasparenza e verificabilità, ma il controllo sui modelli attuali è scarso e va migliorato con la ricerca.
— Alessio Pomaro, Head of AI di Search On Media Group
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