Malagò e il Coni lanciano hub vaccinali nelle regioni con atleti testimonial

Atleti locali come testimonial della campagna di vaccinazione
Il Coni affida agli sportivi il compito di promuovere la fiducia nei vaccini nei loro territori.
Mark

Perché il Coni decide di entrare in una campagna vaccinale? Non è il suo ruolo naturale.

Mimi

Il Coni ha una rete territoriale che arriva ovunque, in ogni provincia. E ha credibilità nel mondo dello sport, dove molte persone si allenano, si incontrano. Figliuolo ha visto questa risorsa e l'ha usata.

Luke

Ma quanto di questo è effettivamente decentralizzato? I presidenti regionali scelgono i siti, ma il coordinamento centrale rimane con Figliuolo. È una delega o una collaborazione?

Mimi

Entrambe. I comitati regionali conoscono il territorio meglio di Roma. Loro trovano i luoghi, loro reclutano gli atleti. Ma il piano è nazionale.

Mark

E gli atleti come testimonial — è una scelta di marketing o di sostanza?

Mimi

Probabilmente entrambe. Un atleta che si vaccina pubblicamente comunica fiducia. Non è un medico che parla, è qualcuno che conosci.

Luke

Qui però il testo non dice se gli atleti erano già vaccinati o se si vaccinavano durante gli hub. Quella è una differenza importante per la credibilità.

Mark

Buon punto. E i medici della Federazione Medico Sportiva — quanti erano disponibili? Bastava per coprire tutte le province?

Mimi

Il testo non lo specifica. Sappiamo che erano loro a somministrare, ma non sappiamo se c'era abbastanza personale.

Luke

Esatto. È un annuncio di intenzione, non un rapporto su quello che è stato fatto. Marzo 2021 — la campagna era ancora molto lenta.

Mark

Quindi questo era un tentativo di accelerare usando la rete sportiva?

Mimi

Sì. Usare spazi già noti, persone già fidate, per avvicinare gente che magari non andrebbe in un ospedale.

  • Con la campagna vaccinale ancora fragile e la fiducia popolare tutt'altro che acquisita, il CONI ha convocato d'urgenza i vertici di tutti e ventuno i comitati regionali per rispondere alla crisi con una rete capillare già esistente.
  • Il nodo centrale non era solo logistico: milioni di italiani esitavano davanti ai vaccini, e trovare luoghi familiari e volti credibili era diventato un problema tanto comunicativo quanto sanitario.
  • La soluzione proposta da Malagò e Figliuolo punta su tre leve — spazi sportivi già percepiti come sicuri, medici della Federazione Medico Sportiva con credibilità nel settore, e atleti locali come testimonial di prossimità.
  • Ogni presidente regionale e delegato provinciale del CONI è stato incaricato di individuare le sedi più adatte, trasformando una struttura federale in un motore di azione locale, rapido e flessibile.
  • Il progetto si trova ora nella fase di implementazione territoriale: la sua riuscita dipenderà dalla capacità dei comitati locali di tradurre un'idea ambiziosa in centri vaccinali concreti, aperti e frequentati.

Nel marzo 2021, mentre l'Italia cercava ancora la sua strada verso l'immunità collettiva, il CONI ha scelto di mettere a disposizione della campagna vaccinale qualcosa di più di semplici spazi fisici: ha offerto fiducia, familiarità e radicamento territoriale. Attraverso un accordo con il commissario Figliuolo, impianti sportivi di ogni regione e provincia si sarebbero trasformati in hub vaccinali, presidiati da medici sportivi e animati dalla presenza di atleti locali — figure capaci di parlare alla comunità in un linguaggio che gli ospedali, da soli, non sempre riescono a usare.

Il 15 marzo 2021, Giovanni Malagò ha riunito in videoconferenza i presidenti dei ventuno comitati regionali del CONI per annunciare un progetto insolito: trasformare gli impianti sportivi italiani in hub vaccinali anti-Covid. Con lui, il vicepresidente Franco Chimenti, il segretario generale Carlo Mornati e Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana. L'iniziativa era frutto di un accordo diretto con il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per la gestione della pandemia.

L'idea era strutturalmente semplice: in ogni regione e provincia italiana sarebbe sorto un centro vaccinale, individuato dai presidenti e delegati locali del CONI tra le sedi già radicate nelle comunità. A somministrare i vaccini sarebbero stati i medici della Federazione Medico Sportiva, professionisti abituati a lavorare nel mondo dello sport e della salute. Ma l'elemento più originale era un altro: in ogni hub avrebbero operato atleti locali come testimonial, presenze familiari e credibili capaci di avvicinare la popolazione alla vaccinazione in modo diretto e umano.

La scelta degli spazi sportivi non era casuale. Palestre e impianti evocano benessere, non malattia; sono luoghi frequentati, non temuti. In un momento in cui la fiducia nei vaccini era ancora incerta, portare la campagna vaccinale dentro questi spazi — e darle il volto degli sportivi del quartiere — significava costruire una narrativa diversa, più vicina alla vita quotidiana delle persone.

Il modello era federale nell'impostazione ma profondamente locale nell'esecuzione: ogni comitato regionale avrebbe dovuto muoversi con autonomia e rapidità, conoscendo il proprio territorio meglio di qualsiasi struttura centrale. Era un tentativo di coniugare la scala nazionale della campagna con la dimensione umana della comunicazione sanitaria — e di dimostrare che lo sport, in Italia, poteva essere anche uno strumento di salute pubblica.

Giovanni Malagò, presidente del Coni, ha riunito online i vertici dei ventuno comitati regionali dell'ente per lanciare un'iniziativa che trasforma gli impianti sportivi in centri di vaccinazione anti-Covid. Accanto a lui nella teleconferenza il vicepresidente Franco Chimenti, il segretario generale Carlo Mornati e Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana. L'incontro del 15 marzo ha segnato il via a un progetto concordato tra il Coni e il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l'emergenza pandemica.

L'architettura della proposta è semplice ma ambiziosa: in ogni regione e in ogni provincia italiana sorgerà un hub sociale dedicato alla somministrazione dei vaccini. I presidenti regionali e i delegati provinciali del Coni avranno il compito di individuare le sedi più adatte sul territorio, luoghi già radicati nelle comunità locali. I vaccini verranno somministrati dai medici della Federazione Medico Sportiva Italiana, professionisti con esperienza nel settore sanitario dello sport.

Ciò che distingue questa iniziativa è il ruolo affidato agli atleti. In ogni centro vaccinale opereranno sportivi della provincia, chiamati a fare da testimonial della campagna. La loro presenza non è decorativa: rappresenta un tentativo di avvicinare la popolazione alla vaccinazione attraverso figure familiari e credibili, persone che la comunità conosce e di cui spesso si fida. È un'operazione di comunicazione costruita dal basso, radicata nei territori.

Il progetto nasce da una collaborazione tra due istituzioni che raramente si trovano a operare insieme in questo modo. Il Coni, ente di promozione dello sport, mette a disposizione la sua rete capillare di comitati regionali e provinciali, una struttura che tocca praticamente ogni angolo del paese. Figliuolo, responsabile della campagna vaccinale nazionale, fornisce il coordinamento e l'autorità necessari per integrare questi hub nel piano nazionale di immunizzazione.

La scelta di utilizzare strutture sportive e personale medico-sportivo risponde a una logica precisa: questi spazi sono già noti, già frequentati, già percepiti come sicuri da chi pratica attività fisica. Non sono ospedali, non sono strutture fredde. Sono palestre, centri sportivi, impianti che evocano salute e benessere. E i medici della federazione sportiva, abituati a lavorare con gli atleti, portano con sé una credibilità particolare nel contesto dello sport e della salute.

Nell'Italia di marzo 2021, quando la campagna vaccinale era ancora agli inizi e la fiducia nei vaccini era tutt'altro che universale, un'iniziativa del genere rappresentava un tentativo concreto di abbattere le barriere che separavano la popolazione dai centri di vaccinazione. Non era solo una questione di logistica, ma di narrativa: far vedere che lo sport, gli atleti, i medici sportivi credevano nella vaccinazione e la promuovevano attivamente poteva fare la differenza nella decisione di molte persone.

Il progetto doveva essere implementato dai comitati regionali nei giorni e nelle settimane seguenti, con ogni presidente incaricato di identificare le sedi più idonee nella propria regione e provincia. La struttura era federale ma il lavoro era locale, affidato a chi conosceva il territorio e poteva muoversi con rapidità e flessibilità. Era un modello che cercava di coniugare la scala nazionale della campagna vaccinale con la dimensione umana e territoriale della comunicazione sanitaria.

In ogni sede ci saranno atleti di quella provincia a fare da testimonial in favore della campagna di vaccinazione
— Comunicato del Coni
Vuoi la storia completa? Leggi l'originale su Money.it ↗
Contattaci Domande frequenti