La Russia sta perdendo la guerra convenzionale in Ucraina ma ha iniziato una campagna coordinata di sabotaggi, incendi dolosi e cyberattacchi contro infrastrutture europee per dimostrare il costo del sostegno a Kiev. L'Europa percepisce gli attacchi come episodi isolati anziché parte di una strategia unificata, trattandoli come crimini comuni invece di atti di guerra, a causa delle sue istituzioni nate per la pace.
L'Europa è già in guerra con la Russia, ma non se ne accorge
L'Europa vede i sabotaggi ma non li concepisce come guerra
Allora stai dicendo che l'Europa è già sotto attacco e non se ne accorge?
Non è che non se ne accorge. Vede gli incendi, i sabotaggi, i droni. Ma li vede come episodi separati, non come parte di una strategia unica. È come guardare i singoli pixel di un'immagine senza riuscire a vedere il quadro.
Ma qui bisogna essere precisi. Quanti di questi attacchi sono effettivamente confermati come operazioni russe? L'articolo parla di "elementi di un'unica campagna" secondo il Cepa, ma quanto è solido questo collegamento?
È vero, non tutti gli episodi hanno una firma russa inequivocabile. Ma il pattern è quello che conta: droni sopra la Lituania, sabotaggi in Germania, incendi in Polonia, esplosioni in Italia. Tutti contemporanei, tutti su infrastrutture critiche.
E qual è il vantaggio per Mosca di questa tattica invece di un'invasione diretta?
Nega il coinvolgimento. Usa criminalità comune, giovani radicalizzati, manovalanza a basso costo. Se attacca direttamente la Nato, scatta la risposta collettiva. Così ogni incidente è un crimine locale, una procura locale, nessuna rappresaglia coordinata.
Però qui l'articolo fa un salto logico importante. Dice che l'Europa risponde "con gli strumenti del tempo di pace", ma non è chiaro se questo sia una scelta consapevole o semplicemente il modo in cui funzionano le istituzioni europee. Sono due cose diverse.
Sono la stessa cosa, in realtà. L'Europa è nata come progetto di pace. Le sue istituzioni richiedono consenso, procedure pesanti, mediazione. Virtù in tempo di pace, costi in guerra. Non è una scelta, è la struttura stessa.
Allora cosa dovrebbe fare l'Europa?
Smettere di pensarsi come donatrice e iniziare a pensarsi come bersaglio. Integrare la difesa ucraina nelle proprie strategie, rispondere alle campagne nel loro insieme, non ai singoli episodi. Fissare linee rosse esplicite.
Ma qui devo dire: l'articolo propone un quartier generale comune Europa-Ucraina, ma non spiega come questo risolverebbe il problema dei tempi decisionali. Se le istituzioni europee sono lente per natura, un comando congiunto non le renderebbe più veloci.
No, ma cambierebbe la logica. Non sarebbe più una domanda politica, ma una domanda militare. E i militari decidono più in fretta dei politici.
E se l'Europa non fa nulla?
Allora Mosca continua. Ha imparato che può colpire senza conseguenze tangibili. E se domani ci fosse un cessate il fuoco, la tentazione di dichiarare chiusa la partita sarebbe fortissima. Per Mosca sarebbe solo un intervallo.
Il Polso
- Tra dicembre 2025 e maggio 2026, la Russia ha guadagnato 40 km² e perso oltre 280 km² di territorio
- Almeno 15.000 vittime civili documentate dalle Nazioni Unite nei primi otto mesi del 2026
- La Russia ha lanciato 195 missili balistici e ipersonici a luglio 2026
- Kiev ha lanciato per la prima volta il missile balistico FP-7 con gittata di 250 km
La Russia sta perdendo la guerra convenzionale in Ucraina ma ha iniziato una campagna coordinata di sabotaggi, incendi dolosi e cyberattacchi contro infrastrutture europee per dimostrare il costo del sostegno a Kiev. L'Europa percepisce gli attacchi come episodi isolati anziché parte di una strategia unificata, trattandoli come crimini comuni invece di atti di guerra, a causa delle sue istituzioni nate per la pace.
L'Europa è già coinvolta in una guerra ibrida con la Russia attraverso sabotaggi, cyberattacchi e droni, ma continua a rispondere con strumenti da tempo di pace. Mosca, incapace di vincere militarmente, ha spostato il conflitto su infrastrutture critiche europee per costringere il continente all'acquiescenza.
L'Europa è già in guerra. Non con eserciti che attraversano confini, non con carri armati che avanzano su mappe, ma con una guerra che non sa di essere tale. Mentre il Ponte Nord di Kiev viene colpito dai droni russi per l'ennesima volta e il traffico si ferma, mentre cinque persone muoiono nella regione di Kharkiv e un marinaio perde la vita al largo di Odessa, mentre cinque missili esplodono in Moldavia, l'Europa continua a comportarsi come se vivesse ancora in tempo di pace.
Mosca ha capito una cosa fondamentale: non può vincere una guerra convenzionale contro l'Occidente. I numeri lo dicono chiaramente. Tra dicembre 2025 e maggio 2026, nonostante la superiorità in uomini e mezzi, le forze russe hanno guadagnato circa quaranta chilometri quadrati mentre ne hanno persi oltre duecentottanta. Il fronte è rimasto quasi immobile. Allora il Cremlino ha cambiato tattica. Ha spostato il campo di battaglia dove l'Europa è più debole: non verso il territorio, ma verso le infrastrutture, verso le città, verso il consenso interno. Non si tratta di un'invasione che richiederebbe anni di preparazione, ma di attacchi rapidi e spettacolari: sciami di droni su infrastrutture critiche, incursioni di piccole unità, guerra elettronica e cyberattacchi. Lo scopo non è conquistare territorio. È costringere l'Europa all'acquiescenza, dimostrare che il prezzo del sostegno a Kiev non si misura più in euro e munizioni, ma nella sicurezza delle città europee.
Gli episodi sono lì, documentati, reali. Un drone armato abbattuto da caccia Nato sopra la Lituania. Un incendio doloso contro un fornitore estone. Un rogo sospetto in un impianto polacco di componenti missilistici. Sabotaggi alle reti elettriche ad alta tensione in Germania. Esplosioni misteriose in uno stabilimento italiano della difesa. Droni sulle ferrovie dell'Ucraina occidentale che hanno sfiorato ex leader come Carl Bildt e Boris Johnson. Eppure l'Europa non li vede come parte di una campagna coordinata. Li tratta come incendi dolosi qualunque, come incidenti di navigazione, come guasti tecnici. Ogni episodio finisce sul tavolo di una procura locale. Il disegno complessivo resta senza risposta.
Il problema è strutturale. L'Unione europea è nata come progetto di pace, e le sue istituzioni portano questo marchio nel Dna: consenso, procedure pesanti, mediazione tra interessi nazionali. Virtù preziose in tempo di pace. In guerra diventano un costo. Ogni decisione su cosa fornire a Kiev, dai carri armati agli F-16, ha richiesto mesi di negoziati. La domanda non è mai stata cosa serve sul campo, ma cosa si riesce ad approvare e come gestirne le ricadute elettorali. Le decisioni che a Bruxelles si misurano in mesi, al fronte si misurano in vite umane e chilometri persi. Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno documentato almeno quindicimila vittime civili tra morti e feriti nei primi otto mesi del 2026.
La stessa logica distorce il riarmo. I bilanci militari crescono, ma il denaro affluisce soprattutto verso piattaforme tradizionali: carri armati, artiglieria, grandi programmi aeronautici. Non che questi mezzi siano obsoleti, ma la loro sopravvivenza dipende ormai dall'integrazione con droni, sensori e guerra elettronica, proprio i settori in cui gli ucraini hanno imparato più in fretta. In Italia il dibattito sul riarmo è ancora ingabbiato nelle percentuali di Pil. La domanda vera rimane senza risposta: cosa comprare, e per difendersi in quale guerra?
Ci sono proposte più audaci. Una riguarda l'Ucraina stessa. Per dodici anni l'Europa si è chiesta come aiutare Kiev, creando una relazione tra fornitore e destinatario che produce pacchetti di aiuti, non una strategia. Eppure l'esercito ucraino è il più esperto e collaudato del continente, l'unico ad aver combattuto per oltre quattro anni una guerra ad alta intensità contro il nemico che i pianificatori europei indicano come minaccia principale. Un comandante onesto lo considererebbe la componente centrale delle forze disponibili, non un beneficiario di assistenza. L'idea è un quadro operativo congiunto, persino un quartier generale comune Europa-Ucraina, che integri difesa aerea, intelligence e logistica europee con la potenza di combattimento ucraina, portando i tempi decisionali dalla velocità della diplomazia a quella militare. Nessun soldato europeo andrebbe a combattere in Ucraina, ma la separazione tra chi combatte e chi aiuta verrebbe superata.
Un segnale di cosa potrebbe significare viene da Kiev. Giovedì la città ha lanciato per la prima volta in combattimento un missile balistico interamente ucraino, l'FP-7 di Fire Point, contro un obiettivo nei territori occupati. Secondo il costruttore colpisce a circa duecentocinquanta chilometri con una testata di oltre duecento chili. Kiev entra così in un club di una dozzina di paesi capaci di costruirli. Ma tutto dipende dalla cadenza produttiva. La Russia non ha questi vincoli: a luglio ha lanciato centonovantacinque missili balistici e ipersonici, un record. Kiev è a corto di intercettori Patriot. La storia recente insegna cosa succede quando l'Europa, passato lo shock, torna a cercare la normalizzazione. Dopo la Georgia nel 2008 la Russia si è riorganizzata per sei anni prima di prendersi la Crimea. Tra il 2014 e il 2022 ha usato il conflitto congelato per riarmarsi. Se domani un cessate il fuoco congelasse il fronte, la tentazione di dichiarare chiusa la partita sarebbe fortissima. Per Mosca sarebbe soltanto un intervallo.
Citazioni salienti
L'Europa è già in guerra con la Russia, ma si comporta come se fosse ancora in tempo di pace— Analisi dell'articolo
Mosca sa di non poter vincere un conflitto convenzionale con l'Occidente e ricorre a una guerra ombra appaltata a manovalanza a basso costo— Analisi del Center for European Policy Analysis