Israele risponde a Naza con un controdocumentario: 'The real story'

Due narrazioni completamente opposte, entrambe con pretese di verità
Il controdocumentario israeliano risponde al film premio Oscar con testimonianze di ufficiali militari che contestano le accuse.
Mark

Allora, il controdocumentario israeliano è una risposta diretta alle accuse contenute in Naza?

Mimi

Sì, ma non è una risposta casuale. È stata costruita da ufficiali militari che dicono di essere stati direttamente coinvolti nelle operazioni. Sostengono che il film originale ha omesso il contesto in cui operavano.

Luke

Aspetta. Questi ufficiali sono anonimi nel film originale, ma nel controdocumentario appaiono con i loro nomi e gradi?

Mimi

No, appaiono in abiti civili. Il film spiega che questo è intenzionale, per sottolineare il loro punto centrale: che i miliziani di Hamas facevano lo stesso, indossavano abiti civili.

Mark

Quindi il controdocumentario sostiene che Hamas era il vero problema, non le tattiche israeliane?

Mimi

Esattamente. Dicono che Hamas combatteva dalle aree civili, che usava scuole e ospedali, che scavava tunnel sotto le case. E che l'Idf ha seguito regole d'ingaggio rigide proprio per questo motivo.

Luke

Ma chi verifica queste affermazioni? Il film dice che ha foto e video, ma chi controlla che siano autentici o che mostrino quello che il film sostiene che mostrino?

Mimi

Il materiale è descritto come autorizzato alla pubblicazione. Ma hai ragione: è tutto proveniente da fonti militari israeliane che hanno collaborato alla realizzazione.

Mark

E il film originale, intanto, continua a vincere premi e a fare incassi.

Mimi

Sì. Ha vinto a Venezia e a San Sebastian, e sta per espandersi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. A fine novembre sarà gratuito sul Guardian.

Luke

Quindi abbiamo due narrazioni completamente opposte, entrambe presentate come documentari, entrambe con pretese di verità. Come fa il pubblico a sapere cosa credere?

Mimi

Quella è la domanda che il giornalismo deve continuare a porsi. Entrambi i film hanno fonti, entrambi hanno materiale. Ma le fonti sono diverse, e gli angoli sono opposti.

  • Il documentario Naza continua a conquistare platee e premi in tutto il mondo, superando i 2,2 milioni di euro di incassi solo in Italia, mentre i suoi autori ricevono minacce di morte.
  • Da Israele arriva una risposta ufficiale: ufficiali militari si mettono davanti alla telecamera per smontare, punto per punto, le tesi del film originale.
  • Il controdocumentario sostiene che Hamas operava nascosto tra i civili, rendendo ogni decisione operativa dell'Idf un calcolo ad alto rischio morale e tattico.
  • Le due narrazioni si fronteggiano senza mediazione: da un lato informatori anonimi, dall'altro ufficiali in abiti civili che parlano delle proprie scelte operative.
  • Mentre il film di Abraham e Szor si espande negli Usa e nel Regno Unito, la battaglia per il controllo della memoria di Gaza si sposta sempre più verso il grande pubblico globale.

Nel mezzo del successo internazionale di un documentario sui raid a Gaza premiato a Venezia, Israele risponde con la propria narrazione: un controdocumentario di 49 minuti, realizzato da ufficiali militari, che intende offrire una versione alternativa degli eventi. È un momento che ricorda come ogni guerra combattuta sul campo generi inevitabilmente una seconda guerra, quella delle immagini e delle testimonianze, dove la verità diventa il terreno più conteso di tutti.

Mentre Naza — il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sui raid aerei israeliani a Gaza — continua la sua corsa internazionale tra premi e incassi, da Israele arriva una risposta costruita con la stessa grammatica del cinema: un controdocumentario di 49 minuti intitolato Naza: The real story, firmato dal tenente colonnello Roi Danino insieme a Hagai Gutman e Ariel Averbuch. Il progetto nasce esplicitamente per confutare le tesi del film, premiato con il riconoscimento speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia e accolto con entusiasmo in molti paesi, Italia compresa, dove ha superato i 2,2 milioni di euro d'incassi dal 28 settembre.

Girato sui tetti di Tel Aviv, il controdocumentario porta davanti alla telecamera alti ufficiali militari che hanno partecipato direttamente alle operazioni a Gaza. Questi descrivono un campo di battaglia dove Hamas operava sistematicamente tra i civili — miliziani in abiti comuni, armi nascoste in scuole, moschee e ospedali, tunnel scavati sotto le abitazioni — e sostengono che l'Idf abbia risposto con regole d'ingaggio rigide: attacchi approvati per gradi gerarchici, civili avvertiti di evacuare, siti sensibili trattati come tali. Uno degli ufficiali afferma di non aver mai visto mancare il cibo a Gaza, attribuendo la crisi umanitaria all'appropriazione dei convogli da parte di Hamas.

Nel frattempo, il film originale non rallenta. Ha vinto il premio del pubblico a San Sebastian, si prepara a espandersi nelle sale americane dal 9 ottobre e arriverà in Gran Bretagna a metà mese. A fine novembre sarà disponibile gratuitamente sul sito del Guardian, coproduttore del progetto. I Wonder Pictures ha smentito le voci di una prossima trasmissione su RaiPlay o Rai Storia, confermando che non esistono al momento piani per la televisione italiana. Due film, due memorie della stessa guerra: la distanza tra loro misura quanto sia difficile, oggi, trovare un terreno comune su cui raccontare Gaza.

Mentre il documentario Naza continua a raccogliere consensi e incassi nei cinema di mezzo mondo, da Israele arriva una risposta diretta: un controdocumentario di 49 minuti intitolato Naza: The real story, pensato esplicitamente per confutare le tesi del film premio Oscar. Il progetto è stato realizzato dal tenente colonnello Roi Danino insieme a Hagai Gutman e Ariel Averbuch, e rappresenta un nuovo capitolo nelle polemiche che circondano il lavoro dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor sin dalla sua vittoria del premio speciale della giuria alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia.

Il film originale, che documenta la strategia sistematica dei raid aerei dell'esercito israeliano a Gaza, ha già generato reazioni contrastanti. In Italia, dove è uscito il 28 settembre distribuito da I Wonder Pictures, ha superato i 2 milioni e 232 mila euro d'incassi. Ma ha anche attirato critiche aspre da parte di settori dell'opinione pubblica israeliana, dal primo ministro Netanyahu e da altri esponenti del governo. Gli stessi autori hanno ricevuto minacce di morte. Il controdocumentario rappresenta una risposta ufficiale a queste contestazioni, costruita attorno alle testimonianze di alti ufficiali militari che hanno partecipato direttamente alle operazioni a Gaza.

Secondo quanto spiegato nel materiale promozionale, il nuovo film è stato girato sui tetti di Tel Aviv e si propone come una confutazione delle affermazioni fatte da informatori anonimi nel documentario originale. I realizzatori hanno scelto di presentare testimonianze di ufficiali responsabili della catena di comando che approva i raid aerei e altre operazioni, persone che parlano direttamente delle loro decisioni operative. A differenza di altre produzioni simili, sottolineano i creatori, era importante per loro supportare ogni affermazione con fotografie, filmati video e documenti, ove possibile.

Il controdocumentario sostiene che Hamas operava sistematicamente all'interno di aree civili, con miliziani in abiti civili, armi nascoste in case, scuole, moschee e in un ospedale, oltre a una rete di tunnel scavati sotto le abitazioni. Sulla base di questa situazione, sostiene il film, l'Idf ha operato secondo regole d'ingaggio molto rigide. Gli ufficiali intervistati descrivono come i miliziani si toglievano le uniformi e i giubbotti protettivi, spostandosi tra gli edifici come civili comuni, rendendo difficile identificare chi fosse armato. Secondo una testimonianza, uno di loro si sarebbe persino finto ostaggio. Questi fattori, sostengono gli intervistati, hanno reso necessario stabilire protocolli specifici per decidere quando aprire il fuoco.

Gli ufficiali dell'Idf che appaiono nel controdocumentario, presentati in abiti civili per sottolineare quello che descrivono come il problema centrale della guerra, affermano che gli attacchi dovevano essere approvati secondo il grado gerarchico, che le persone disarmate non dovevano essere prese di mira, e che scuole e ospedali erano considerati siti sensibili. Uno di loro sostiene che in caso di dubbio non sparavano. Inoltre, gli intervistati affermano che i civili venivano avvertiti di evacuare. Riguardo all'emergenza umanitaria e alimentare a Gaza, uno degli ufficiali dichiara di non aver mai visto un luogo dove mancasse il cibo, e sostiene che Hamas si sia appropriato dei convogli umanitari. Il film presenta queste testimonianze come dichiarazioni dirette, lasciandole parlare da sole.

Intanto, il documentario di Abraham e Szor continua la sua marcia internazionale. Ha vinto il premio del pubblico per il miglior film europeo al Festival di San Sebastian e si prepara a un'espansione significativa. Dal 9 ottobre amplierà la sua distribuzione nelle sale statunitensi, dopo il debutto a New York, e a metà ottobre arriverà in Gran Bretagna. A fine novembre sarà disponibile gratuitamente sul sito del quotidiano britannico Guardian, che è anche coproduttore del film. I Wonder Pictures ha smentito sui social le voci circolate online secondo cui Naza sarebbe prossimamente trasmesso su RaiPlay e Rai Storia, confermando che al momento non ci sono piani per una distribuzione televisiva italiana.

È stato girato sui tetti di Tel Aviv e presenta testimonianze reali di alti ufficiali che hanno partecipato a vari ruoli nella guerra di Gaza
— Materiale promozionale di Naza: The real story
In caso di dubbio, non sparavano
— Uno degli ufficiali dell'Idf intervistati nel controdocumentario
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