Nel terzo anniversario del 7 ottobre, Israele si avvicina alle urne portando il peso di un trauma che non si è dissolto ma si è trasformato: in rabbia, in spostamento politico, in domande ancora senza risposta. La piccola bicicletta di Ariel Bibas — un bambino mai tornato da Gaza — diventa il simbolo di un lutto collettivo che attraversa ogni dibattito sulla sicurezza, sulla leadership e sul futuro di una nazione. Come spesso accade nella storia, il fallimento non ha prodotto resa dei conti, ma ha ridisegnato il paesaggio di ciò che la gente ritiene possibile o desiderabile. Le elezioni del 27
Israele nel terzo anniversario del 7 ottobre: il fallimento al centro delle elezioni
Dietro i numeri ci sono persone, famiglie, vite spezzate
Cosa significa che il Paese si è spostato a destra? Non è una reazione naturale dopo un attacco?
Sì, ma il modo in cui si è spostato è significativo. Non è solo una questione di sicurezza. Il 52% ora vede uno Stato palestinese come un disastro, rispetto al 31% di tre anni fa. È un cambio di prospettiva sulla soluzione stessa.
Ma il 59% non crede che sia stata ottenuta una vittoria a Gaza. Quindi gli israeliani si spostano a destra politicamente, ma non sono convinti che il problema sia risolto. C'è una contraddizione lì.
Netanyahu non ha ammesso responsabilità. Come può rimanere in corsa?
I suoi sostenitori più fedeli non sembrano intenzionati a fare marcia indietro. È il primo ministro più longevo della storia del Paese. Per loro, il cambio di leadership potrebbe sembrare ancora più rischioso.
Ma altri leader militari hanno ammesso le loro responsabilità. Halevi e Bar hanno parlato. Questo crea una narrazione molto specifica intorno a Netanyahu, non è solo una questione di fiducia generale.
E la sinistra? Sta tornando?
Leggermente. I Democratici di Yair Golan passano da 4 a circa 10 seggi nei sondaggi. Non è un'ondata, ma è visibile.
Però non sappiamo ancora come si tradurrà in voti effettivi il 27 ottobre. I sondaggi sono uno strumento, la realtà potrebbe essere diversa.
Cosa rappresenta quella bicicletta nella mostra?
Rappresenta Ariel Bibas. Avrebbe compiuto sette anni. È uno dei 251 ostaggi, e la sua famiglia non è mai tornata da Gaza. È il simbolo concreto di quello che il Paese sta commemorando.
E questo avrà un peso nelle elezioni?
Il Consiglio del 7 ottobre ha detto che dietro i numeri ci sono persone, famiglie, vite spezzate. Sì, avrà un peso. La domanda è come.
O Pulso
- La bicicletta senza pedali di Ariel Bibas — sette anni che non compirà mai — apre una mostra sugli oggetti degli uccisi e dei rapiti: il dolore si fa materia, visibile e insostenibile.
- Netanyahu si ricandida senza aver mai ammesso responsabilità, mentre i generali che guidavano l'esercito e i servizi si sono dimessi e hanno riconosciuto il fallimento: la distanza tra potere e coscienza rimane al centro del dibattito.
- Il 52% degli israeliani considera oggi uno Stato palestinese un disastro — era il 31% prima del 7 ottobre — segnale di quanto il trauma abbia spostato l'opinione pubblica verso posizioni più rigide.
- Il 59% degli israeliani teme che un attacco simile possa ripetersi: la vittoria a Gaza non è percepita come tale, e la sensazione di vulnerabilità esistenziale non si è attenuata.
- Alle 6.29 del 7 ottobre, l'ora esatta dell'attacco, un minuto di silenzio nazionale fermerà il Paese: la commemorazione è anche una richiesta collettiva di verità e responsabilità.
Nel terzo anniversario del 7 ottobre, Israele si avvicina alle urne portando il peso di un trauma che non si è dissolto ma si è trasformato: in rabbia, in spostamento politico, in domande ancora senza risposta. La piccola bicicletta di Ariel Bibas — un bambino mai tornato da Gaza — diventa il simbolo di un lutto collettivo che attraversa ogni dibattito sulla sicurezza, sulla leadership e sul futuro di una nazione. Come spesso accade nella storia, il fallimento non ha prodotto resa dei conti, ma ha ridisegnato il paesaggio di ciò che la gente ritiene possibile o desiderabile. Le elezioni del 27 ottobre non saranno soltanto un voto politico, ma un atto di elaborazione nazionale ancora incompiuta.
Una piccola bicicletta senza pedali sarà esposta in una mostra dedicata agli oggetti di chi non è tornato. Apparteneva ad Ariel Bibas, dai capelli rossi, che avrebbe compiuto sette anni ad agosto. Fu rapito insieme al fratellino Kfir, di nove mesi, e alla madre Shiri. Nessuno dei tre è mai rientrato da Gaza.
Tre anni dopo quella mattina del 2023 — 1.200 civili uccisi, 251 rapiti — Israele si prepara a commemorare e a votare. Le elezioni del 27 ottobre si svolgeranno sotto il peso di un trauma che non si è risolto. Netanyahu si è ricandidato nonostante quasi vent'anni di premierato, una malattia e l'ombra del fallimento. A differenza dell'ex capo dell'Idf Herzi Halevi e dell'ex direttore dello Shin Bet Ronen Bar, non ha mai riconosciuto le proprie responsabilità, pur essendo stato avvisato dei segnali provenienti dalla Striscia.
Il Paese si è spostato. Il 52% degli israeliani ritiene oggi che uno Stato palestinese sarebbe un disastro — era il 31% prima dell'attacco. Eppure qualcosa si muove anche nell'altra direzione: il partito dei Democratici di Yair Golan, oggi con quattro seggi, ne potrebbe conquistare dieci.
I numeri, però, non bastano. Il 59% degli israeliani non crede che a Gaza sia stata ottenuta una vittoria, e la stessa percentuale teme che un evento simile possa ripetersi. In un bar di Tel Aviv, una conversazione sul caffè scivola nel ricordo di un figlio ucciso al festival Nova: aveva vent'anni e lavorava come cameriere quella notte.
Mercoledì mattina, alle 6.29, un minuto di silenzio nazionale segnerà l'ora in cui tutto cominciò. Il Consiglio del 7 ottobre ha chiesto che questa data non diventi solo un'altra ricorrenza sul calendario. Dietro i numeri ci sono persone, famiglie, vite spezzate. E domande che ancora attendono risposta.
Tre anni dopo il 7 ottobre, Israele si prepara a ricordare una delle giornate più buie della sua storia nazionale. Una piccola bicicletta senza pedali sarà esposta in una mostra dedicata agli oggetti lasciati indietro da chi è stato ucciso o rapito quel giorno. Apparteneva ad Ariel Bibas, un bambino dai capelli rossi che sarebbe compiuto sette anni il 5 agosto scorso. Ariel fu rapito insieme al fratellino Kfir, di soli nove mesi, e alla madre Shiri. Nessuno dei tre è mai tornato dalla prigionia a Gaza.
Quella mattina del 2023, Hamas uccise 1.200 civili israeliani e ne rapì 251. Il fallimento dell'apparato di sicurezza e del governo guidato da Benjamin Netanyahu continua a pesare sulla coscienza nazionale. Le elezioni fissate per il 27 ottobre si svolgeranno sotto il peso di questo trauma collettivo. Il lutto, la frustrazione, la nostalgia per i figli e i genitori persi determineranno il voto. Netanyahu si è ripresentato come candidato nonostante l'età, la malattia e diciannove anni di premierato, che lo rendono il primo ministro più longevo nella storia del Paese. A differenza dell'ex capo dell'Idf Herzi Halevi e dell'ex direttore dello Shin Bet Ronen Bar, Netanyahu non ha mai ammesso le proprie responsabilità per la strage. I media israeliani e le testate internazionali continuano a sottolineare come fosse stato avvisato della catastrofe in arrivo, ma non abbia prestato attenzione ai segnali provenienti dalla Striscia.
Il Paese, però, non è rimasto fermo. Secondo un sondaggio dell'Israel Defence and Security Forum, si è verificato uno spostamento marcato verso destra. Nel settembre 2023, il 31% degli israeliani riteneva che uno Stato palestinese sarebbe stato un disastro per il Paese. Oggi quella percentuale è salita al 52%. Nello stesso periodo, coloro che credevano necessario raggiungere un accordo con una leadership palestinese seria sono scesi dal 52% al 31%. Eppure non tutti si muovono nella stessa direzione. Una piccola rinascita della sinistra israeliana è visibile nei sondaggi elettorali: il partito dei Democratici di Yair Golan, rappresentato da soli quattro deputati nel Knesset attuale, ora viaggia intorno ai dieci seggi.
Ma i numeri non raccontano tutto. Una ricerca dell'Institute for National Security rivela uno scetticismo profondo sulla sicurezza, tema considerato esistenziale. Il 59% degli israeliani non crede che a Gaza sia stata ottenuta una vittoria. La stessa percentuale teme che un evento simile al 7 ottobre potrebbe ripetersi nei prossimi anni al confine con la Striscia. Il sentimento delle persone emerge in momenti inaspettati. In un bar di Tel Aviv, mentre si ordina un caffè ristretto, la conversazione scivola dai sapori italiani al ricordo di un figlio ucciso dai terroristi al festival Nova. Aveva vent'anni e lavorava come cameriere quella notte.
Mercoledì il Paese si sveglierà presto. Alle 6.29 del mattino, l'ora in cui iniziò l'attacco, ci sarà un minuto di silenzio nazionale. Alle sette, gli attivisti si raduneranno davanti alle case dei ministri che erano in carica quel giorno. Due cerimonie ufficiali dello Stato sono fissate per il 5 ottobre. Il Consiglio del 7 ottobre ha dichiarato che questa data non deve diventare solo un altro giorno sul calendario. Dietro i numeri ci sono persone, famiglie, vite spezzate. E dietro la tragedia rimangono ancora domande senza risposta. Il popolo israeliano merita di sapere.
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A distanza di tre anni, questa data non deve diventare solo un altro giorno sul calendario. Dietro i numeri ci sono persone, famiglie, vite spezzate, e dietro la tragedia ci sono ancora domande.— Consiglio del 7 ottobre