Nell'autunno del 2020, mentre l'Italia affronta la seconda ondata di coronavirus, il sistema di tracciamento dei contagi — pilastro invisibile di ogni strategia di contenimento — cede sotto il peso di numeri che nessuna struttura era stata preparata ad affrontare. A Milano, sette persone inseguono un virus che si muove dodici giorni più veloce di loro; un'app scaricata da pochi non riesce a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni. Il governo si trova così di fronte a una scelta che le democrazie moderne faticano ad ammettere: affidare la salute collettiva non agli strumenti dello Stato, ma
Il tracciamento Covid in Italia al collasso: serve lockdown o responsabilità civica
Dodici giorni indietro mentre i nuovi positivi circolano ignari
Allora il problema non è solo l'app Immuni che non funziona?
No, l'app è parte del problema, ma il vero collasso è nel tracciamento manuale. A Milano hanno sette persone per fare un lavoro che ne richiederebbe decine.
Aspetta — sette persone per tutta Milano? O sette per l'Ats di Milano?
Per l'Ats di Milano, che è una struttura regionale. Ma il punto è che sono dodici giorni indietro nei dati.
Dodici giorni è un'eternità in una pandemia.
Esattamente. Nel frattempo i positivi circolano senza saperlo. Non possono essere isolati, non possono essere avvertiti i loro contatti.
Ma quanti positivi stiamo parlando? Centomila tamponi al giorno — quanti sono positivi?
Non è specificato nel dettaglio, ma il punto è che il numero è esponenziale rispetto a marzo.
E allora cosa rimane? Solo il lockdown o la responsabilità civica?
Secondo il governo, la responsabilità civica. Perché un lockdown farebbe danni economici enormi.
Ma se il tracciamento è collassato, come fa la responsabilità civica a fermare il virus? Le persone non sanno nemmeno di essere positive.
È vero. È una scommessa che il governo sta facendo: che i cittadini si autoregolino anche senza sapere esattamente dove sia il virus.
Sembra fragile.
Lo è. Ma è quello che rimane quando il sistema ordinario cede.
El Pulso
- Il numero di nuovi positivi giornalieri supera i livelli del lockdown di marzo, ma questa volta il virus circola in una società in movimento — scuole, trasporti, luoghi pubblici — moltiplicando esponenzialmente i contatti da rintracciare.
- A Milano sette operatori elaborano ancora i dati di dodici giorni fa, mentre migliaia di contagiati ignari della propria condizione continuano a circolare liberamente per la città.
- L'app Immuni, adottata da soli 9 milioni di italiani su 60, e i problemi tecnici irrisolti in Lombardia e Veneto rendono il tracciamento digitale una promessa non mantenuta.
- Il governo Conte resiste all'idea di un secondo lockdown per non affondare un'economia appena emersa dalla prima crisi, mentre le regioni introducono coprifuochi e restrizioni locali come argini parziali.
- Il ministro Speranza lancia appelli alla responsabilità individuale: un segnale che lo Stato ha esaurito i suoi strumenti ordinari e scommette sul senso civico come ultima linea di difesa.
Nell'autunno del 2020, mentre l'Italia affronta la seconda ondata di coronavirus, il sistema di tracciamento dei contagi — pilastro invisibile di ogni strategia di contenimento — cede sotto il peso di numeri che nessuna struttura era stata preparata ad affrontare. A Milano, sette persone inseguono un virus che si muove dodici giorni più veloce di loro; un'app scaricata da pochi non riesce a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni. Il governo si trova così di fronte a una scelta che le democrazie moderne faticano ad ammettere: affidare la salute collettiva non agli strumenti dello Stato, ma alla virtù individuale dei cittadini.
A metà ottobre 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza appare in televisione con un appello ai cittadini: restare a casa, limitare gli spostamenti, distinguere l'essenziale dal superfluo. Le sue parole misurate nascondono una realtà più grave: il sistema di tracciamento dei contatti, colonna vertebrale di ogni strategia di contenimento, sta crollando.
Nella prima ondata, l'Italia raramente superava i ventimila tamponi al giorno. Ora ne processa oltre centomila, con un numero di nuovi positivi superiore a quello del lockdown di marzo. La differenza è cruciale: allora il virus si diffondeva tra persone già isolate; oggi si muove in una società che ha ripreso a vivere. Ogni positivo genera una rete di contatti da rintracciare che il sistema non riesce più a gestire.
L'immagine più nitida di questo collasso viene da Milano: sette operatori dedicati al contact tracing stanno ancora elaborando i dati dell'8 ottobre, con dodici giorni di ritardo. Nel frattempo, i contagiati delle ultime due settimane circolano ignari, non ancora raggiunti. L'app Immuni, pensata per supplire alla carenza di personale, non ha raggiunto la massa critica necessaria — solo 9 milioni di download — e alcune regioni non sono riuscite nemmeno a risolvere i problemi tecnici per inserire i codici dei positivi nel sistema.
Il governo è intrappolato in un dilemma: un nuovo lockdown nazionale fermerebbe il virus ma infliggerebbe un colpo devastante a un'economia appena avviata alla ripresa. Il premier Conte ha fatto capire di volerlo evitare a ogni costo, mentre le regioni corrono ai ripari con misure locali. Alla fine, l'appello di Speranza rivela la vera posta in gioco: lo Stato non riesce più a contenere l'epidemia con i propri strumenti, e affida la salute pubblica al senso civico dei cittadini. È una scommessa fragile, perché la virtù collettiva non si può imporre per decreto.
A metà ottobre del 2020, mentre i contagi da coronavirus risalgono in tutta Italia, il ministro della Salute Roberto Speranza si rivolge ai cittadini in televisione con un appello che suona quasi disperato: restare a casa il più possibile, evitare spostamenti non necessari, distinguere tra attività essenziali e quelle che possono attendere. Le sue parole mascherano una realtà molto più grave di quanto il tono misurato lasci trasparire. Il sistema che dovrebbe contenere l'epidemia — il tracciamento dei contatti diretti dei positivi — sta crollando sotto il peso dei numeri.
Nella prima ondata, quella della primavera, l'Italia aveva registrato difficilmente più di ventimila tamponi al giorno nei momenti peggiori. Adesso, a ottobre inoltrato, i tamponi superano sistematicamente i centomila giornalieri, e il numero dei nuovi positivi è più alto di quanto non fosse durante il lockdown di marzo. La differenza cruciale è che allora il virus circolava soprattutto tra persone che stavano a casa, in isolamento forzato. Ora circola in una società che ha ripreso a muoversi: nelle scuole, nei bar, nei ristoranti, sui mezzi pubblici. Ogni positivo genera un numero esponenziale di contatti diretti da rintracciare e testare. Il sistema non regge.
A Milano, dove la situazione è particolarmente critica, l'Agenzia di Tutela della Salute ha a disposizione soltanto sette persone dedicate al contact tracing. Queste sette persone stanno ancora elaborando i questionari per mappare i contatti dei positivi dell'otto ottobre — dodici giorni di ritardo — mentre i nuovi contagiati degli ultimi due settimane circolano per la città completamente ignari della loro condizione, non ancora scoperti, non ancora raggiunti. È un'immagine che racchiude il collasso: il virus si muove più veloce della capacità umana di inseguirlo.
L'app Immuni, che avrebbe dovuto essere lo strumento digitale per compensare la carenza di personale, non ha funzionato come previsto. Scaricata da poco più di nove milioni di italiani su una popolazione di sessanta milioni, la sua penetrazione è rimasta insufficiente. Inoltre, due delle regioni più colpite — il Veneto e la Lombardia — non hanno ancora risolto i problemi tecnici per inserire correttamente i codici dei positivi nel sistema. Anche il Belgio, a questo punto della pandemia, ha già alzato bandiera bianca sul tracciamento. L'Italia potrebbe seguire lo stesso percorso.
La situazione ospedaliera, per il momento, non è ancora allarmante come nella prima ondata. L'età media dei contagiati è scesa, la maggior parte dei casi è asintomatica. Ma i ricoveri e i decessi hanno iniziato a risalire, e questo è un segnale che non può essere ignorato. Se il trend continua, tra qualche settimana il caos potrebbe tornare a colpire gli ospedali con la stessa forza di marzo e aprile.
Qui emerge il dilemma che il governo italiano sta cercando di evitare. Un nuovo lockdown nazionale fermerebbe la diffusione del virus, ma darebbe un colpo economico e sociale al Paese che potrebbe essere fatale dopo i primi segnali di ripresa dell'ultimo trimestre. Il premier Giuseppe Conte ha fatto capire che farà di tutto per evitarlo. Nel frattempo, però, le regioni stanno già introducendo misure locali: coprifuoco, chiusura dei centri commerciali, restrizioni alla movida.
Ecco allora che le parole del ministro Speranza acquistano un significato diverso. Non è un appello generico alla prudenza. È un'ammissione che lo Stato non riesce più a contenere l'epidemia attraverso i suoi strumenti ordinari — il tracciamento, il testing, l'isolamento dei positivi. Tutto dipende adesso dal senso civico dei cittadini, dalla loro responsabilità individuale, dalla loro capacità di autoregolarsi. Gli italiani dovranno compensare con il buon senso quello che le istituzioni non riescono più a fare con le loro strutture. È una scommessa rischiosa, perché affida la salute pubblica a una virtù che non può essere imposta per legge. Ma è l'unica strada rimasta se si vuole evitare un secondo lockdown che nessuno vuole.
Citas Notables
C'è bisogno nelle prossime ore di ridurre le occasioni di contagio, evitare uscite, spostamenti non necessari, e significa anche stare a casa il più possibile— Ministro della Salute Roberto Speranza