Il gender gap ostacola l'accesso all'abitare per le donne italiane

Le donne in condizioni di fragilità rimangono in coabitazioni forzate, subaffitti irregolari o relazioni violente pur di mantenere un tetto e la custodia dei figli.
La casa non è una questione neutrale
La ricerca della Fondazione Torino Città per le Donne rivela come il divario di genere incida sistematicamente sull'accesso abitativo delle donne.
Mark

Perché questa ricerca parla di un problema abitativo come se fosse una questione di genere? Non è semplicemente una questione economica?

Mimi

Perché il divario non è casuale. Le donne guadagnano meno, hanno carriere più frammentate, e questo le colpisce direttamente quando devono accedere a un mutuo o pagare l'affitto. Ma c'è di più: molte rimangono in situazioni terribili—violenza, coabitazioni forzate—solo per non perdere la casa. È una questione di genere perché le conseguenze ricadono in modo sproporzionato sulle donne.

Luke

Ma quante donne esattamente rimangono in relazioni violente per questo motivo? La ricerca lo quantifica?

Mimi

No, la ricerca dice che queste situazioni rimangono "sommerse nei conteggi ufficiali". Sappiamo che accadono, ma non abbiamo numeri precisi.

Luke

Allora è importante dirlo chiaramente. Sappiamo che il fenomeno esiste, ma la portata esatta rimane sconosciuta.

Mark

E le soluzioni? Cosa propone la ricerca?

Mimi

Non soluzioni specifiche, ma una direzione: politiche abitative più flessibili e inclusive, con una lettura di genere. E alleanze tra enti pubblici e terzo settore.

Luke

Che cosa significa "flessibili e inclusive" in concreto? La ricerca entra nel dettaglio?

Mimi

No, rimane a livello di principio. È un invito a ripensare le politiche, non un progetto già definito.

Mark

Quindi il prossimo passo è che qualcuno deve tradurre questi principi in azioni reali.

Mimi

Esattamente. E gli amministratori locali come Rosatelli sembrano consapevoli di questa necessità.

  • Le donne possiedono meno case, accedono meno ai mutui e guidano l'80,9% delle famiglie monoparentali: la responsabilità economica dell'abitare ricade su di loro in modo sproporzionato.
  • Per le donne anziane sole, le spese abitative divorano fino al 55,3% delle entrate mensili, lasciando margini minimi per cibo, medicine e vita dignitosa.
  • Migliaia di situazioni di crisi abitativa femminile restano invisibili nelle statistiche ufficiali: coabitazioni forzate, subaffitti in nero e permanenza in contesti violenti non vengono conteggiati.
  • Alcune donne scelgono di restare in relazioni abusive perché il costo di andarsene — perdere la casa, rischiare la custodia dei figli — appare insostenibile: la vulnerabilità abitativa diventa una trappola.
  • Istituzioni e terzo settore sono chiamati a costruire politiche abitative con una lettura di genere esplicita, flessibile e capace di raggiungere chi non compare nei dati.

In Italia, la casa non è uno spazio neutro: è il luogo dove le disuguaglianze di genere si sedimentano in forme concrete e spesso invisibili. Una ricerca della Fondazione Torino Città per le Donne rivela come il divario salariale si traduca direttamente in un accesso squilibrato alla proprietà e al credito ipotecario, lasciando le donne — soprattutto anziane, sole o madri — a sostenere costi abitativi sproporzionati rispetto ai loro redditi. Dietro i numeri si nascondono storie di coabitazioni forzate, subaffitti irregolari e permanenza in relazioni violente: scelte che non sono libere, ma dettate dalla paura di perdere un tetto. La questione chiama a una risposta politica strutturale, capace di leggere l'abitare attraverso la lente del genere.

La casa, in Italia, non è una questione neutrale. Dietro le cifre del mercato immobiliare si nasconde una frattura sistematica che colpisce le donne lungo tutto l'arco della vita: dall'accesso al mutuo fino alla scelta, estrema e silenziosa, di restare in una relazione violenta pur di non perdere un tetto. È quanto emerge da una ricerca della Fondazione Torino Città per le Donne, che ha messo a fuoco le connessioni tra divario salariale e disuguaglianze abitative.

I numeri nazionali raccontano uno squilibrio strutturale. Quando un immobile è intestato a una sola persona, gli uomini ne detengono tra il 54 e il 56 per cento; le donne si fermano al 44-46 per cento. Solo il 45,7% dei mutui è sottoscritto da donne. E l'80,9% dei nuclei monoparentali è guidato da madri sole, il che significa che il peso economico della casa ricade quasi interamente su di loro. Per chi ha carriere frammentate e salari più bassi, il canone d'affitto assorbe in media quasi la metà dello stipendio netto. Per le donne anziane che vivono sole, la quota sale fino al 55,3% delle entrate mensili.

Ciò che rende il quadro ancora più grave è l'invisibilità di molte crisi. Le statistiche ufficiali non intercettano le donne intrappolate in coabitazioni forzate, quelle che sopravvivono grazie a subaffitti irregolari, o quelle che rimangono in relazioni violente perché andarsene significa rischiare di perdere la casa e la custodia dei figli. Queste donne non compaiono nei dati, ma esistono in numero significativo.

La ricerca indica che uscire da questa crisi richiede un cambio di prospettiva radicale. Jacopo Rosatelli, assessore al Welfare del Comune di Torino, ha sottolineato la necessità di estendere una lettura di genere alle politiche abitative a livello nazionale ed europeo. Antonella Parigi, presidente della Fondazione, ha aggiunto che le fragilità sono cambiate e che le risposte pubbliche devono evolversi attraverso alleanze innovative tra enti istituzionali e terzo settore. Il diritto all'abitare, concludono i ricercatori, non può restare legato alla capacità di guadagno finché le donne continuano a guadagnare meno e a portare il peso maggiore della responsabilità familiare.

La casa non è una questione neutrale. Dietro i numeri del mercato immobiliare italiano si nasconde una frattura profonda che colpisce le donne in modo sistematico, dalla capacità di accedere a un mutuo fino alla scelta di restare in situazioni di violenza pur di non perdere un tetto. Una ricerca della Fondazione Torino Città per le Donne ha messo a fuoco questa realtà, rivelando come il divario salariale di genere si traduca direttamente in disuguaglianze abitative che rimangono spesso invisibili nei conteggi ufficiali.

I dati nazionali raccontano una storia di squilibrio. Quando un immobile è intestato a una sola persona, gli uomini ne possiedono tra il 54 e il 56 per cento, mentre le donne si fermano al 44-46 per cento. Sul fronte dei mutui, le donne rappresentano appena il 45,7 per cento di chi accede al credito ipotecario. Ancora più marcato è il dato sui nuclei familiari monoparentali: l'80,9 per cento di questi è guidato da madri sole, il che significa che la responsabilità economica della casa ricade quasi interamente sulle spalle femminili.

Per le donne con contratti di lavoro frammentati e carriere meno retribuite, il peso dell'affitto diventa insostenibile. In media, il canone assorbe quasi la metà dello stipendio netto. Ma la situazione si aggrava ulteriormente per le donne anziane che vivono sole: per loro, le spese abitative arrivano a consumare fino al 55,3 per cento delle entrate mensili, lasciando risorse insufficienti per il cibo, le medicine, i servizi essenziali.

Ciò che rende ancora più grave il quadro è l'invisibilità di molte situazioni di crisi abitativa femminile. Le statistiche ufficiali non catturano le donne intrappolate in coabitazioni forzate con familiari, quelle che ricorrono a subaffitti irregolari per sopravvivere, o ancora quelle che rimangono in relazioni violente perché il costo di andarsene—perdere la casa, rischiare di perdere i figli—è percepito come insostenibile. Queste donne non compaiono nei numeri, ma esistono, e il loro numero è significativo.

La ricerca sottolinea che affrontare questa crisi richiede un cambio di prospettiva radicale. Non basta gestire l'emergenza caso per caso; servono politiche abitative pensate con una lettura di genere, che riconoscano le diverse fragilità e offrano soluzioni flessibili e inclusive. Jacopo Rosatelli, assessore al Welfare del Comune di Torino, ha sottolineato l'importanza di estendere questa visione a livello nazionale ed europeo, affermando che qualunque politica pubblica deve oggi incorporare una dimensione di genere. Antonella Parigi, presidente di Torino Città per le Donne, ha aggiunto che le fragilità sono cambiate e le politiche pubbliche devono adattarsi di conseguenza, attraverso alleanze innovative tra enti pubblici e organizzazioni del terzo settore.

Il messaggio è chiaro: il diritto all'abitare non può essere considerato garantito finché rimane legato alla capacità di guadagno, e finché le donne continuano a guadagnare meno degli uomini e a portare il peso maggiore della responsabilità familiare. Senza interventi strutturali, il divario abitativo continuerà a riprodurre e amplificare le disuguaglianze di genere, intrappolando generazioni di donne in una vulnerabilità economica che inizia dalla casa.

Il compito che ci siamo dati è rendere sempre più efficaci le politiche per il diritto all'abitare. L'auspicio è che ci sia anche una lettura di genere a livello nazionale e europeo, perché oggi bisogna avere una lettura di genere di qualunque tipo di politica.
— Jacopo Rosatelli, assessore al Welfare del Comune di Torino
Le fragilità sono cambiate e le politiche pubbliche vanno riviste in quest'ottica. Ci vogliono strumenti nuovi e quello che vince è l'alleanza fra ente pubblico e terzo settore.
— Antonella Parigi, presidente di Torino Città per le Donne
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