Google supera la Rai nei ricavi del Sic: il potere delle piattaforme erode le risorse dell'informazione

Il mercato ha già cambiato volto
Nel 2024 Google, con il 12,4% del Sic, ha superato per la prima volta la Rai, ferma al 12%.
Mark

Perché il sorpasso di Google sulla Rai è una notizia, e non solo una curiosità statistica?

Mimi

Perché è la prima volta nel Sic. Alphabet ha il 12,4% delle risorse, la Rai il 12%. Lo scarto è piccolo, ma indica dove va il denaro.

Luke

Piccolo davvero: 0,4 punti. Il dato Agcom è solido, ma che sia un segnale di trasformazione "compiuta" è l'interpretazione dell'editoriale.

Mark

E il resto della classifica?

Mimi

Meta al 9,7%, Comcast/Sky al 9,4%, Fininvest al 9,2%. Il mercato intero vale 21,79 miliardi.

Mark

Cosa dicono i numeri sulla pubblicità?

Mimi

Online quasi 8 miliardi, più 12,6%, cioè il 36,6% del Sic. L'editoria cala del 3,9% e vale 2,82 miliardi.

Luke

Attenzione però: i dati mostrano due andamenti opposti, non provano da soli che i soldi passino da un lato all'altro. Quel nesso causale è affermato, non dimostrato nell'articolo.

Mark

E l'AI generativa?

Mimi

Se la risposta arriva già completa, il lettore può non aprire la fonte. Per l'editore significherebbe meno visite e meno ricavi.

Luke

Il condizionale conta: l'articolo non porta cifre su quanto traffico si perda davvero. È un rischio descritto, non misurato.

Mimi

Resta aperta la questione delle regole: equo compenso, trasparenza e coordinamento europeo.

  • Alphabet supera la Rai nel Sistema integrato delle comunicazioni, con il 12,4% contro il 12%, un sorpasso mai visto prima.
  • La pubblicità online sfiora gli 8 miliardi di euro mentre l'editoria tradizionale perde il 3,9% e scende al 12,9% del mercato.
  • Le piattaforme incassano senza riconoscersi come editori, mentre redazioni e inchieste restano a carico di chi informa.
  • L'intelligenza artificiale generativa riassume le notizie dentro l'interfaccia dei colossi, riducendo le visite ai siti di origine.
  • Il dibattito su trasparenza, equo compenso e coordinamento europeo è aperto, e la partita si gioca ora sulle istituzioni.

Per la prima volta nella storia delle comunicazioni italiane, il primo posto nella classifica dei ricavi non appartiene alla Rai ma a Google, come mostra la rilevazione dell'Agcom sul 2024. È un segno silenzioso ma profondo: il baricentro economico dell'informazione si sposta dalle redazioni tradizionali verso piattaforme globali che raccolgono pubblico, dati e pubblicità senza assumersi il peso di produrre notizie. Il rischio, come sostiene l'editoriale, è che a restare più fragili siano proprio le voci locali e indipendenti, quelle che il racconto del mondo lo costruiscono ogni giorno.

Nella classifica dei ricavi del mercato italiano delle comunicazioni, per la prima volta il primo posto non è della Rai. Lo occupa Google. Il dato emerge dall'ultima rilevazione dell'Agcom sul Sistema integrato delle comunicazioni, riferita al 2024, un sistema che vale circa 21,8 miliardi di euro.

Alphabet, la società che controlla Google, raccoglie il 12,4% delle risorse e supera la Rai, ferma al 12%. Meta sale al terzo posto con il 9,7%. Per l'editoriale della Gazzetta di Parma, che è un testo di opinione, non si tratta di un semplice cambio di graduatoria ma dello spostamento del baricentro economico dagli editori tradizionali verso piattaforme globali.

Il nodo è questo: questi gruppi incassano quote crescenti senza riconoscersi come editori, e non sostengono i costi di redazioni e inchieste. La pubblicità online ha sfiorato gli 8 miliardi, mentre l'editoria quotidiana e periodica è scesa del 3,9%. A soffrire di più sono le testate indipendenti e locali, con meno risorse e redazioni più fragili.

L'intelligenza artificiale generativa rende la questione più delicata, perché riassume gli articoli dentro le piattaforme senza rimandare alla fonte. Il rischio per gli editori è perdere visite, ricavi e il legame diretto con il pubblico.

L'editoriale chiede che le regole, compreso l'equo compenso, valgano anche per l'AI: trasparenza, criteri verificabili di remunerazione, tutela dei diritti e concorrenza. Non si tratta di trasformare i colossi in giornali, ma di imporre obblighi proporzionati al loro potere, con un coordinamento europeo e autorità indipendenti. Ora, conclude il testo, tocca alle istituzioni dimostrare di saper governare un mercato che è già cambiato.

Nella classifica dei ricavi del mercato italiano delle comunicazioni, per la prima volta, il primo posto non è della Rai. Lo occupa Google. È uno dei dati che emergono dall'ultima rilevazione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) sul Sistema integrato delle comunicazioni, il Sic, riferita al 2024.

Il Sic vale 21,79 miliardi di euro, pari allo 0,99% del prodotto interno lordo. Alphabet, la società che controlla Google, raccoglie il 12,4% delle risorse del sistema e supera la Rai, ferma al 12%. Al terzo posto sale Meta, il gruppo di Facebook e Instagram, con il 9,7%. Seguono Comcast/Sky al 9,4% e Fininvest al 9,2%.

La lettura che ne dà l'editoriale della Gazzetta di Parma è netta: non si tratta di un semplice avvicendamento in graduatoria, ma del segno di uno spostamento del baricentro economico dagli editori e dai broadcaster tradizionali verso piattaforme globali, capaci di concentrare pubblico, dati e investimenti pubblicitari. Va detto che si tratta di un testo di opinione, e le valutazioni che seguono sono quelle dell'autore.

La contraddizione indicata è questa: Google e Meta incassano una quota crescente del mercato senza riconoscersi come editori. Google sostiene di organizzare e indicizzare contenuti prodotti da altri; Meta offre spazi in cui circolano notizie, video e materiali di giornali, professionisti e utenti. Non sostengono i costi di redazioni, verifiche e inchieste, ma dispongono di strumenti pubblicitari sofisticati, di una platea mondiale e di grandi quantità di dati. A pagare, secondo l'editoriale, sono soprattutto gli editori tradizionali, in particolare i più piccoli.

I numeri del 2024 vanno nella stessa direzione. La pubblicità online ha sfiorato gli 8 miliardi di euro, con una crescita del 12,6%, e pesa il 36,6% delle risorse complessive del Sic. L'editoria quotidiana, periodica e delle agenzie di stampa vale 2,82 miliardi, in calo del 3,9%, con una quota scesa al 12,9%. La crescita del digitale, dunque, non si traduce automaticamente in ricavi per chi produce informazione. Per le testate indipendenti e locali, scrive l'autore, meno entrate significano meno investimenti e redazioni più fragili.

L'intelligenza artificiale generativa rende il quadro più delicato. Le piattaforme si sono a lungo definite semplici intermediari; oggi i sistemi di AI riassumono articoli, confrontano ricostruzioni e rispondono in modo articolato agli utenti. L'informazione viene così consumata sempre più dentro l'interfaccia della piattaforma, senza che il lettore visiti il sito di origine. Per l'editore il rischio è avere meno visite, meno pagine viste, minori ricavi pubblicitari e un legame più debole con il pubblico.

Sul piano delle regole, l'editoriale ricorda che l'Italia dispone già di strumenti, compreso il quadro sull'equo compenso per l'utilizzo delle pubblicazioni giornalistiche, ma chiede che siano efficaci anche con l'AI. Indica quattro punti: trasparenza nell'uso dei contenuti, criteri verificabili di remunerazione, tutela dei diritti degli editori e applicazione rigorosa delle norme nazionali ed europee sulla concorrenza. Aggiunge che gli accordi non dovrebbero favorire solo i grandi gruppi, lasciando indietro testate locali, indipendenti e specialistiche.

Non si tratta, precisa il testo, di costringere i colossi digitali a farsi giornali, ma di fissare obblighi proporzionati al loro potere. Serve un coordinamento europeo, perché nessuno Stato può governare da solo un mercato globale, e autorità indipendenti in grado di monitorare e intervenire. Ora, conclude l'editoriale, tocca alle istituzioni dimostrare di saper governare un mercato che ha già cambiato volto.

Non si tratta di imporre ai colossi digitali di diventare giornali, ma di stabilire obblighi e responsabilità proporzionati al potere che esercitano.
— Editoriale della Gazzetta di Parma
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