Diciannove anni dopo la morte di Chiara Poggi a Garlasco, i suoi genitori Giuseppe e Rita escono dal silenzio non per riaprire ferite, ma per custodirne la memoria. Accettano la condanna definitiva di Alberto Stasi come verità giuridica, restano aperti a qualsiasi nuova conclusione della giustizia, ma chiedono che il peso di due decenni di processi e di un circo mediatico sempre più invasivo non continui a cancellare l'umanità di una figlia. Il loro appello è antico quanto il dolore: che i morti possano finalmente riposare, e che i vivi smettano di essere consumati dalla narrazione pubblica.
Garlasco, i genitori di Chiara: 'Accetteremo il verdetto della giustizia'
Dopo diciannove anni Chiara ha il diritto di riposare in pace
Perché i genitori hanno deciso di parlare in televisione proprio adesso, dopo tutto questo tempo?
Perché il circo mediatico degli ultimi diciotto mesi è diventato insostenibile. Non è una questione di nuove prove o di dubbi sulla condanna di Stasi. È che ogni giorno vedevano telecamere davanti a casa, leggevano insinuazioni su loro figlio, vedevano la memoria di Chiara sporcata da speculazioni pubbliche.
Ma questo significa che accettano davvero la condanna di Stasi, o che sono solo stanchi? Perché hanno detto che accetteranno qualunque verdetto la giustizia darà.
Hanno detto entrambe le cose. Rispettano la sentenza definitiva, ma rimangono aperti a quello che la magistratura deciderà. Non è una contraddizione: è il modo di un genitore di dire che ha già sofferto abbastanza e che vuole che finisca.
E il figlio Marco? Cosa significa per lui tutto questo?
È stato trascinato dentro le insinuazioni pubbliche. Leggere su un giornale che sarebbe tornato di notte a uccidere sua sorella è stato devastante per lui e per i genitori. Loro hanno dovuto combattere per proteggerlo.
Ma non sappiamo davvero cosa pensa Marco di tutto questo. I genitori parlano per lui, ma lui non è in televisione. E non sappiamo nemmeno cosa pensi veramente di Stasi o di Sempio.
No, è vero. Quello che sappiamo è che i genitori lo proteggono, e che per loro la priorità è che la storia finisca.
E Andrea Sempio? Come lo descrivono?
Come un ragazzo normale, amico del figlio. Niente di più. Rita lo vedeva a casa, Giuseppe no. Dicono che veniva due o tre volte la settimana.
Ma la Procura di Pavia lo sta indagando per l'omicidio. I genitori non dicono nulla di quello che la magistratura ha trovato o sta cercando. Rimangono molto cauti.
Esatto. Rimangono cauti perché non vogliono alimentare ulteriormente il circo mediatico. Vogliono solo che finisca.
Le Pouls
- La riapertura dell'inchiesta su Andrea Sempio ha riportato telecamere e giornalisti ogni giorno sotto casa dei Poggi, costringendo il sindaco di Garlasco a vietare l'accesso ai non residenti nella loro strada.
- Le intercettazioni telefoniche tra i genitori e il figlio Marco, rese pubbliche e trasmesse in televisione, hanno trasformato conversazioni private in spettacolo, ferendo la famiglia nel modo più intimo possibile.
- Leggere su un settimanale che Marco sarebbe tornato di notte a uccidere sua sorella è stato, per Rita e Giuseppe, come una pugnalata: la vittima ridotta a sospettata, la memoria di Chiara umiliata.
- I genitori dichiarano di non essere mossi dal risarcimento — il denaro della sentenza contro Stasi giace fermo in un conto corrente — ma dal bisogno che la giustizia faccia il suo corso senza che la famiglia venga divorata dal processo mediatico.
- Dopo cinque processi e otto anni complessivi di udienze, Giuseppe e Rita chiedono una sola cosa: che dopo diciannove anni Chiara abbia il diritto di riposare in pace.
Diciannove anni dopo la morte di Chiara Poggi a Garlasco, i suoi genitori Giuseppe e Rita escono dal silenzio non per riaprire ferite, ma per custodirne la memoria. Accettano la condanna definitiva di Alberto Stasi come verità giuridica, restano aperti a qualsiasi nuova conclusione della giustizia, ma chiedono che il peso di due decenni di processi e di un circo mediatico sempre più invasivo non continui a cancellare l'umanità di una figlia. Il loro appello è antico quanto il dolore: che i morti possano finalmente riposare, e che i vivi smettano di essere consumati dalla narrazione pubblica.
Diciannove anni dopo l'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, i suoi genitori Giuseppe e Rita hanno scelto di apparire in televisione — a Verissimo su Canale 5 — non per commentare indagini o nuove prove, ma per restituire al pubblico il volto di una figlia e raccontare cosa significa, per una famiglia, vivere ancora dentro questa storia.
La condanna definitiva di Alberto Stasi a sedici anni di carcere rappresenta per loro la verità dello Stato, e la rispettano. Ma negli ultimi diciotto mesi una nuova inchiesta della Procura di Pavia su Andrea Sempio, amico del figlio Marco, ha riaperto il caso e trascinato la famiglia di nuovo in quello che chiamano il circo mediatico. Giuseppe ha chiarito che accetteranno qualunque verdetto la magistratura pronuncerà: non è testardaggine, è rispetto per le istituzioni. I soldi del risarcimento, ha precisato, restano fermi in un conto corrente — non è il denaro a muoverli.
Ciò che li ferisce è altro. Per mesi, giornalisti e telecamere si sono piazzati ogni giorno davanti a casa loro. Le intercettazioni telefoniche con Marco — che non vive più a Garlasco — sono diventate di dominio pubblico, trasmesse e pubblicate come se fossero prove di un processo. Leggere su un settimanale che il figlio sarebbe tornato di notte a uccidere sua sorella è stato, per loro, come una pugnalata: Chiara trasformata da vittima in pretesto, la sua memoria umiliata.
Hanno parlato anche di Marco, che non è più un ragazzo ma rimane il loro figlio, e di Andrea Sempio, descritto semplicemente come un amico di casa. Quanto ad Alberto Stasi, i rapporti si sono interrotti al momento del primo arresto: Giuseppe ha detto che non sa se vorrà incontrarlo dopo che avrà scontato la pena, e che sinceramente non crede di volerlo fare.
Ciò che è certo, per Giuseppe e Rita, è che dopo diciannove anni Chiara ha il diritto di riposare in pace. Non si sono mai opposti ad alcun accertamento — hanno anzi chiesto, durante gli anni dei processi, che si verificasse ogni cosa. Vogliono solo che la storia finisca, per rispetto di chi non c'è più.
Diciannove anni dopo l'omicidio della figlia, Giuseppe e Rita Poggi hanno deciso di rompere il silenzio. Si sono presentati in televisione, a Verissimo su Canale 5, non per discutere di nuove prove o di indagini riaperte, ma per una ragione più semplice e più pesante: volevano che il pubblico sapesse chi era Chiara, e volevano che la gente capisse cosa significava per loro, come genitori, vivere ancora dentro questa storia.
Chiara è stata uccisa nel 2007 a Garlasco, un paese della provincia di Pavia. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni di carcere per il delitto. Per Giuseppe e Rita, questo verdetto rappresenta la verità dello Stato italiano, e loro lo rispettano. Ma negli ultimi diciotto mesi, una nuova inchiesta della Procura di Pavia ha riaperto il caso, indagando su Andrea Sempio, amico del loro figlio Marco, che ancora vive nella villetta dove Chiara è stata uccisa. E questa riapertura ha trascinato la famiglia di nuovo dentro quello che loro chiamano il circo mediatico.
I genitori hanno spiegato che accetteranno qualunque verdetto la giustizia italiana deciderà di pronunciare. Giuseppe ha ricordato che la famiglia ha già attraversato cinque processi durati otto anni complessivi. Non è testardaggine, ha detto. Se la magistratura arriverà a un colpevole diverso, loro ne prenderanno atto. Ma una cosa non cambia solo perché una procura apre un'indagine. E un'altra cosa ancora: i soldi del risarcimento deciso nella sentenza contro Stasi rimangono in un conto corrente. Non è denaro che li muove.
Ciò che li ferisce è il peso della narrazione pubblica. Per diciotto mesi, ogni giorno, giornalisti e telecamere si sono piazzati davanti a casa loro. Il sindaco di Garlasco ha dovuto istituire un divieto d'accesso ai non residenti nella loro strada. Ma il danno più profondo viene dalle intercettazioni telefoniche con Marco, il loro figlio, che non vive più a Garlasco. Quelle conversazioni private sono diventate di dominio pubblico, trasmesse in televisione e pubblicate sui giornali. Leggere su un settimanale che Marco sarebbe tornato di notte a uccidere sua sorella è stato, per loro, come una pugnalata. Hanno descritto questa esperienza come un'umiliazione della memoria di Chiara, come se lei fosse la colpevole, non la vittima.
Rita e Giuseppe hanno parlato anche di Marco, che ormai non è più un ragazzo ma rimane loro figlio. Hanno dovuto combattere per garantirgli serenità mentre il suo nome circolava in insinuazioni pubbliche. Quanto ad Andrea Sempio, lo hanno descritto semplicemente come un amico del figlio, un ragazzo normale. Rita lo vedeva a casa, Giuseppe no, anche se Marco gli diceva che veniva due o tre volte la settimana.
I genitori hanno raccontato come inizialmente credessero ad Alberto Stasi, ma come abbiano cambiato idea man mano che proseguivano le indagini. Hanno interrotto i rapporti con lui quando è stato arrestato la prima volta. Ora non intendono incontrarlo né sua madre. Giuseppe ha detto che non sa se sarà contento di incontrarlo dopo che avrà scontato la pena, e che sinceramente non crede proprio di volerlo fare. Ma non può prevedere il futuro.
Ciò che è certo, per loro, è che dopo diciannove anni Chiara ha il diritto di riposare in pace. Hanno sottolineato che non si sono mai opposti a nessun accertamento. Durante gli anni dei processi hanno chiesto che si verificasse tutto: il Dna sulle unghie, i capelli, ogni cosa. Hanno sempre voluto che la magistratura facesse tutte le indagini che riteneva necessarie. Non hanno niente in contrario. Vogliono solo che la storia finisca, perché dopo diciannove anni è ora che finisca, per rispetto di chi non c'è più.
Citations marquantes
Se la giustizia ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto— Giuseppe Poggi, padre di Chiara
Dopo diciannove anni Chiara ha il diritto di riposare in pace— Giuseppe e Rita Poggi