Cortei, scioperi e blocchi: a Bologna, Ravenna e Parma una giornata di protesta tra studenti, sindacati e governo

Manifestare è un diritto
Lo striscione delle madri bolognesi in rosso, in piazza Maggiore, a sostegno dei figli studenti.
Mark

Tre città, tre proteste diverse. C'è un filo comune?

Mimi

Sì, il rapporto tra soldi pubblici e priorità. A Ravenna si parla di economia di guerra e armi nei porti, a Parma di studentati Pnrr dati ai privati, a Bologna di salari e carovita.

Mark

A Parma però si è dialogato, mentre a Bologna si è bloccata la tangenziale.

Mimi

Esatto. Bernini ha parlato di incontro positivo, Udu ha consegnato una lettera e ha ottenuto una risposta sulle regole dei fondi.

Luke

Attenzione: «positivo» è il giudizio della ministra. Udu si dice contenta dell'incontro, ma resta critica sui 847 milioni, che coprirebbero il 50% del fabbisogno. Quella cifra del fabbisogno è una stima dello studente, non un dato verificato dal pezzo.

Mark

E sul blocco di Bologna, quante persone c'erano?

Mimi

Il racconto parla di migliaia sulla carreggiata e poi di diverse centinaia rimaste alla fine, ma non dà un numero preciso.

Luke

Giusto, e non sappiamo se ci siano stati incidenti o denunce. Il testo non ne parla.

Mark

Le madri in rosso che ruolo hanno?

Mimi

Sono la voce di chi teme che i ragazzi vengano scambiati per violenti. Chiedono il diritto di manifestare in pace.

Luke

È la loro percezione, riportata da una di loro. Il testo non offre dati sulla violenza.

  • A Bologna il corteo dei sindacati di base ha paralizzato tangenziale e autostrada per circa tre ore, lasciando migliaia di persone sulla carreggiata.
  • Alle porte di diversi licei i cassonetti sbarrano gli ingressi, mentre i commercianti del centro montano pannelli sulle vetrine.
  • A Ravenna i portuali bloccano il traffico al porto e chiedono lo stop al commercio di armi, con la Filt Cgil che parla di mobilitazione riuscita.
  • A Parma la ministra Bernini viene accolta da cori e fischi, poi tratta per un'ora a porte chiuse con Udu e Sinistra Studentesca sugli studentati costruiti con fondi Pnrr e affidati ai privati.
  • La tensione si sposta ora verso il 20 novembre, data dello sciopero generale annunciato dalla Cgil.

Nel giorno in cui le città italiane tornano a riempirsi di voci e di bandiere, Bologna si ferma per tre ore sulla tangenziale e sull'autostrada, mentre a Ravenna i portuali rivendicano il diritto di non fare della propria fatica uno strumento di guerra. A Parma, la ministra Bernini ascolta gli studenti su un tema antico quanto l'università: chi paga il sapere, e chi lo abita. È il segno di un malessere che attraversa generazioni diverse e che chiede, prima di ogni risposta, di essere riconosciuto.

La mattina del 30 ottobre a Bologna si apre con gli ingressi di molte scuole chiusi. Gruppi di studenti bloccano i cancelli di licei e istituti tecnici, e i cortei confluiscono verso piazza Maggiore, dove si danno appuntamento i sindacati di base. Nel centro, alcuni commercianti proteggono le vetrine con pannelli, come a presagire una giornata difficile.

Tra la folla ci sono anche madri vestite di rosso, con uno striscione che dice: «No alla violenza sui nostri figli, manifestare è un diritto». Temono che i loro ragazzi, al primo impegno di piazza, vengano scambiati per teppisti e perdano fiducia nella partecipazione.

Il corteo sindacale sale sulla tangenziale e poi sull'autostrada, fermandosi all'uscita 5. Migliaia di persone restano bloccate per circa tre ore, con bandiere italiane e palestinesi, sotto la sorveglianza di un imponente schieramento di polizia e di un elicottero. Alla fine rimangono centinaia di giovanissimi, alcuni dei quali salgono sulla struttura di un pannello stradale.

A Ravenna, lavoratori, cittadini e studenti sfilano dal centro fino alla Darsena. I portuali chiedono lo stop al traffico di armi nei porti italiani, insieme a richieste su salari e carovita. Il segretario della Filt Cgil Davide Conti parla di una protesta che ha toccato oltre cento porti in cinque continenti e legge nel malessere italiano una spinta a cambiare la prossima legge di bilancio.

A Parma la ministra Anna Maria Bernini viene accolta da fischi e cori, ma poi incontra per un'ora Udu e Sinistra Studentesca. Gli studenti chiedono perché gli studentati finanziati con il Pnrr siano finiti in gran parte ai privati, mentre dei 33mila posti realizzati solo una minima parte è pubblica. La ministra risponde che le regole dei fondi imponevano in parte il ricorso al privato, e si mostra disponibile al dialogo. Il prossimo appuntamento resta lo sciopero generale del 20 novembre.

La mattina del 30 ottobre a Bologna comincia con gli ingressi chiusi. Gruppi di studenti bloccano gli accessi al Liceo Copernico, al Minghetti, al Fermi, all'Arcangeli, al Laura Bassi, al Righi e all'Istituto agrario Serpieri. Al Galvani, in via Castiglione, i cassonetti vengono piazzati davanti alle porte. Da alcune scuole partono cortei che devono unirsi a quello dei sindacati di base, fissato alle 9.30 da piazza Maggiore. In centro, intanto, diversi commercianti montano pannelli a protezione delle vetrine, per esempio in Galleria Cavour.

In piazza Maggiore, mentre confluiscono centinaia di persone, si ferma un gruppo di madri bolognesi vestite di rosso. Hanno aderito allo sciopero per sostenere i figli adolescenti, che frequentano istituti come il Laura Bassi, il Minghetti e il Copernico. Tengono uno striscione: «No alla violenza sui nostri figli, manifestare è un diritto». Una di loro spiega che il livello di violenza è molto elevato e che manifestanti pacifici vengono spesso scambiati per teppisti. Aggiungono che è grave far perdere fiducia a ragazzi alle prime esperienze di piazza.

Il corteo dei sindacati di base sfila poi sulla tangenziale e occupa anche l'autostrada. Per oltre un'ora la marcia procede, poi si ferma all'uscita 5, in direzione Lame. Alcuni rappresentanti di Usb, con diversi collettivi universitari, imboccano l'uscita, ma migliaia di persone restano sulla carreggiata, molte con la bandiera della Palestina e quella italiana. Davanti a loro è schierato un grande contingente di forze dell'ordine che sbarra il percorso.

Il blocco complessivo di tangenziale e autostrada dura tre ore. Alla fine restano diverse centinaia di manifestanti, soprattutto giovanissimi, che iniziano a uscire dall'uscita 5. Durante la marcia alcuni sono saliti sulla struttura che regge il pannello a messaggio variabile, sventolando bandiere italiane. Le forze dell'ordine mantengono una presenza consistente e un elicottero sorvola la zona.

A Ravenna diverse centinaia tra cittadini, lavoratori e studenti partecipano allo sciopero e alla giornata di mobilitazione indetti da Usb. Il corteo parte da piazza del Popolo e attraversa la città; gli studenti organizzano presidi davanti ad alcuni istituti della provincia. Poi ci si sposta in zona Darsena, con una «pedalata» simbolica dall'Autorità portuale verso Marina di Ravenna. Scendono in piazza anche i portuali, che chiedono lo stop al traffico di armi nei porti italiani, oltre a rivendicazioni su carovita e salari.

Il corteo della Filt Cgil provoca un blocco operativo e del traffico al porto. Il segretario Davide Conti parla di mobilitazione riuscita, che ribadisce la contrarietà dei lavoratori all'economia di guerra. Secondo lui la protesta internazionale contro il traffico di armi ha coinvolto oggi cinque continenti e oltre cento porti, Ravenna compresa. Conti vede in Italia un diffuso malessere e la volontà di cambiare l'economia e l'impostazione della prossima legge di bilancio del governo. Il segnale del porto, dice, guarda allo sciopero generale indetto per il 20 novembre dalla Cgil di Ravenna.

A Parma la giornata ha un altro tono. La ministra dell'Università Anna Maria Bernini viene contestata dagli studenti con cori e fischi all'arrivo in ateneo, poi incontra Udu e Sinistra Studentesca per un'ora a porte chiuse. Per Bernini il colloquio è stato «assolutamente positivo». Fabio Morini di Udu dice di aver consegnato la lettera scritta durante i presidi davanti a Montecitorio e di aver chiesto perché gli studentati costruiti con fondi Pnrr siano finiti ai privati. Chiede investimenti pubblici sui 33mila posti realizzati, di cui solo una minima parte è pubblica. Secondo Morini i 847 milioni stanziati dalla ministra per il diritto allo studio coprono appena il 50% del fabbisogno.

Anna Suraci di Sinistra Studentesca Universitaria racconta che la ministra è stata disponibile al dialogo. Le hanno suggerito di visitare le università, soprattutto al sud, in compagnia dei colleghi di governo. Sulla scelta di usare fondi pubblici per studentati privati, Bernini avrebbe risposto che i fondi vanno gestiti secondo regole, e che quelle regole imponevano in parte il ricorso al privato. Il prossimo appuntamento è lo sciopero generale del 20 novembre.

I 847 milioni stanziati non bastano, coprono appena il 50% del fabbisogno.
— Fabio Morini, Udu
La mobilitazione ribadisce la contrarietà dei lavoratori all'economia di guerra.
— Davide Conti, segretario Filt Cgil Ravenna
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