Cibi ultraprocessati e cervello dei bambini: la risposta alla ricompensa si rafforza, con più peso dopo un anno

Il cervello dei bambini è ancora in fase di sviluppo
Kathleen Page spiega perché l'infanzia è il momento chiave per studiare il legame tra ultraprocessati e ricompensa.
Mark

Qual è la scoperta in una frase?

Mimi

Nei bambini che mangiano più ultraprocessati, lo striato dorsale si attiva di più davanti a immagini di cibi appetitosi, e questa attivazione si lega a un maggiore aumento di grasso dopo un anno.

Mark

Che cos'è lo striato dorsale?

Mimi

Una regione coinvolta nei meccanismi di ricompensa e motivazione. È lì che i ricercatori hanno visto la differenza.

Luke

Fermiamoci sui numeri: quel 31 e 44 per cento cosa dice davvero?

Mimi

Che tenendo conto della risposta cerebrale, le associazioni con indice di massa corporea e percentuale di grasso si attenuano di quelle quote.

Luke

Attenuano un'associazione, però. Non significa che il cervello causi il 31 o il 44 per cento dell'aumento di peso.

Mark

Quindi la causalità non è dimostrata?

Mimi

No, gli autori stessi lo dicono: lo studio è osservazionale.

Luke

E il campione è di 46 bambini. Un indizio, non un verdetto. Non sappiamo se sia la dieta a modificare il cervello o se qualcos'altro spieghi entrambe le cose.

Mark

Cosa succede ora?

Mimi

Il gruppo vuole sostituire gli ultraprocessati con cibi meno trasformati e vedere se cambiano risposte cerebrali e peso.

Luke

Ed è quello il test che conta: finora nessun risultato in quella direzione.

  • Nei bambini che mangiano più ultraprocessati, il cervello reagisce con più forza alla vista di biscotti e patatine.
  • Quella scintilla di ricompensa nello striato dorsale precede, dopo un anno, un aumento di BMI e di grasso corporeo.
  • Tenendo conto della risposta cerebrale, il legame tra dieta e grasso si attenua di circa un terzo per il BMI e quasi della metà per il grasso.
  • Il campione è piccolo e lo studio non prova causa ed effetto, quindi il quadro resta aperto.
  • Il gruppo di ricerca si prepara a sostituire gli ultraprocessati con cibi meno trasformati per vedere se il cervello e il peso cambiano.

In un tempo in cui i cibi confezionati riempiono le dispense e i banchi dei supermercati, una domanda antica torna a farsi sentire: il corpo impara a desiderare ciò che consuma. Uno studio della University of Southern California, condotto su 46 bambini di sette-dieci anni e pubblicato su JAMA Network Open, suggerisce che nei più giovani un'alta dose di alimenti ultraprocessati accompagni un cervello più reattivo alla vista del cibo appetitoso, e che questa reattività si lega a un aumento di peso e di grasso corporeo nell'arco di un anno. Resta però una fotografia osservazionale: il legame è reale nei dati, ma la sua direzione e la sua necessità attendono la prova del tempo e di un esperimento ancora da compiere.

Un bambino di sette, otto, nove o dieci anni è sdraiato dentro una risonanza magnetica e osserva immagini di cibi pensati per attirare lo sguardo: biscotti, patatine fritte. Mentre guarda, lo scanner registra quali aree del suo cervello si accendono. Da questa scena nasce lo studio guidato da Kathleen Page e colleghi della Keck School of Medicine dell'University of Southern California, pubblicato su JAMA Network Open.

La ricerca ha coinvolto 46 bambini, tutti inizialmente normopeso, che facevano parte del progetto BrainChild. Oltre all'attività cerebrale, i ricercatori hanno seguito la loro alimentazione e la composizione corporea, per mettere in relazione ciò che mangiavano, come reagiva il cervello e come cambiava il corpo.

Il risultato principale riguarda lo striato dorsale, un'area legata a ricompensa e motivazione. Nei bambini che consumavano più ultraprocessati, questa zona rispondeva con più intensità ai cibi appetitosi, e una risposta più forte si associava a un aumento di BMI e di grasso corporeo dopo dodici mesi. Tenendo conto di questa differenza cerebrale, le associazioni con BMI e grasso si riducevano sensibilmente, suggerendo che una parte del legame tra dieta e aumento di peso passi proprio da lì.

Page guarda al momento della vita in cui si trovano questi bambini: il cervello è ancora in formazione, le abitudini si stanno consolidando. Capire questi meccanismi, sostiene, potrebbe aiutare a intervenire presto.

Gli autori però ammettono i limiti: lo studio è osservazionale, non dimostra che gli ultraprocessati causino le alterazioni cerebrali o l'aumento di peso, e il campione è piccolo. Il prossimo passo è già pianificato: sostituire questi prodotti con alimenti meno trasformati, per verificare se le risposte del cervello e il peso nel tempo cambino davvero.

Un bambino di sette, otto, nove o dieci anni è sdraiato in un tomografo a risonanza magnetica e guarda delle immagini: biscotti, patatine fritte, cibi pensati per essere appetitosi. Mentre lo guarda, uno scanner registra quali aree del suo cervello si accendono. È la scena da cui nasce uno studio condotto da Kathleen Page e colleghi della Keck School of Medicine della University of Southern California, pubblicato su JAMA Network Open.

La ricerca ha coinvolto 46 bambini tra i sette e i dieci anni, tutti inizialmente normopeso. Facevano parte dello studio BrainChild. Oltre all'attività cerebrale, i ricercatori hanno raccolto informazioni sulla loro alimentazione e sulla composizione corporea, così da poter mettere in relazione ciò che mangiavano, come reagiva il cervello e come cambiava il corpo.

Il risultato principale riguarda lo striato dorsale, una regione coinvolta nei meccanismi di ricompensa e di motivazione. Nei bambini che consumavano più alimenti ultraprocessati, quest'area rispondeva in modo più intenso alla vista dei cibi appetitosi. Non si tratta di un dettaglio isolato: una maggiore attivazione dello striato dorsale risultava associata a un aumento dell'indice di massa corporea e della percentuale di grasso dopo dodici mesi.

Il quadro si completa con i dati rilevati alla fine dello studio. Un consumo più elevato di ultraprocessati era collegato a valori più alti di circonferenza vita, indice di massa corporea e grasso corporeo. Quando i ricercatori hanno tenuto conto delle differenze nella risposta cerebrale, le associazioni con l'indice di massa corporea e con la percentuale di grasso si sono attenuate rispettivamente del 31 e del 44 per cento. In altre parole, una parte del legame fra dieta e aumento di grasso sembra passare per la risposta del cervello alla ricompensa.

Page inquadra il risultato guardando all'età dei partecipanti. «Il cervello dei bambini è ancora in fase di sviluppo, le abitudini si stanno formando e le preferenze alimentari si stanno definendo», spiega. Secondo la ricercatrice, capire questi meccanismi potrebbe aiutare a individuare interventi precoci.

Gli autori però sono espliciti sui limiti. Lo studio è osservazionale e non dimostra che gli alimenti ultraprocessati provochino alterazioni cerebrali o aumento di peso. Il campione, inoltre, è di 46 bambini: un numero contenuto.

Il passo successivo è già indicato. Il gruppo intende verificare se sostituire questi prodotti con alimenti meno trasformati possa modificare le risposte cerebrali e influenzare l'aumento di peso nel tempo: un test che potrebbe dire qualcosa in più sul nesso di causa che, per ora, resta aperto.

Il cervello dei bambini è ancora in fase di sviluppo, le abitudini si stanno formando e le preferenze alimentari si stanno definendo.
— Kathleen Page, Keck School of Medicine, USC
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