Nei Paesi ricchi, quasi due terzi di ciò che mangiamo ogni giorno nasce da catene industriali lunghe e complesse, e una nuova revisione pubblicata sul British Medical Journal prova a misurarne il peso sulla salute umana. Guidata dall'Università Deakin con la partecipazione di atenei come la Johns Hopkins e la Sorbona, la ricerca ha raccolto 14 studi che coinvolgono circa dieci milioni di persone e li ha confrontati con sobrietà. Il quadro che ne emerge è di un legame forte con malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2, pur senza una prova definitiva di causa ed effetto. Come spesso accade q
Cibi ultraprocessati associati a 32 effetti negativi sulla salute e a un rischio di morte maggiore del 21%
Non è la pistola fumante, ma rende più concrete le prove
Partiamo dal numero che colpisce: 32 esiti negativi. Perché è importante?
Perché non è un singolo studio su una singola malattia. È una revisione che raccoglie 14 articoli e circa 10 milioni di persone, e trova un'associazione col 71 percento degli esiti analizzati.
Attenzione alla parola «associazione». Lo studio stesso dice che non dimostra rapporti di causa-effetto.
Quindi il 21 percento in più di rischio di morte non significa che questi cibi uccidano?
Significa che chi ne consuma di più ha, nei dati, un rischio di mortalità per tutte le cause più alto del 21 percento. Il perché resta da chiarire.
E gli autori ammettono che questo tipo di indagine non considera i possibili fattori confondenti. Ad esempio, chi mangia molti di questi cibi potrebbe avere anche altre abitudini diverse: l'articolo non lo precisa.
Le prove però non hanno tutte lo stesso peso, giusto?
Esatto. Sono «convincenti» per la morte cardiovascolare (50 percento) e il diabete di tipo 2 (12 percento); «altamente suggestive» per depressione, sonno, obesità e altro. Sul cancro sono suggestive o deboli.
Il 30 percento sul tumore del colon viene da un altro studio, del 2022, citato dall'AIRC: non è un risultato di questa revisione.
E cosa chiedono i ricercatori?
Misure di sanità pubblica per ridurre l'esposizione, e studi più approfonditi che confermino i risultati.
Der Puls
- Circa il 60 per cento delle calorie quotidiane nei Paesi ricchi proviene da cibi ultraprocessati, e in alcuni casi si arriva all'80 per cento.
- Una revisione su circa dieci milioni di persone associa questi alimenti a 32 esiti avversi per la salute, pari al 71 per cento di quelli esaminati.
- Le prove sono ritenute convincenti per malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2, con rischi aumentati rispettivamente del 50 e del 12 per cento.
- Il rischio di mortalità per tutte le cause cresce del 21 per cento, ma gli autori ammettono che non è dimostrata una relazione di causa-effetto.
- I ricercatori chiedono nuove misure di sanità pubblica, mentre il consumo cresce anche nei Paesi a medio e basso reddito.
Nei Paesi ricchi, quasi due terzi di ciò che mangiamo ogni giorno nasce da catene industriali lunghe e complesse, e una nuova revisione pubblicata sul British Medical Journal prova a misurarne il peso sulla salute umana. Guidata dall'Università Deakin con la partecipazione di atenei come la Johns Hopkins e la Sorbona, la ricerca ha raccolto 14 studi che coinvolgono circa dieci milioni di persone e li ha confrontati con sobrietà. Il quadro che ne emerge è di un legame forte con malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2, pur senza una prova definitiva di causa ed effetto. Come spesso accade quando la scienza si avvicina alle abitudini quotidiane, la domanda che resta aperta riguarda meno il singolo piatto che il modo in cui una società sceglie di nutrirsi.
Nei Paesi ad alto reddito una parte enorme della dieta quotidiana arriva da prodotti industriali: circa il 60 per cento delle calorie, e fino all'80 in certi casi. Una nuova revisione pubblicata sul British Medical Journal ha messo insieme le evidenze disponibili su questi alimenti, un lavoro guidato dal Food & Mood Centre dell'Università Deakin e sostenuto da studiosi di diversi continenti.
Lo studio ha esaminato 14 articoli pubblicati tra il 2009 e il 2023, per un totale di circa dieci milioni di persone. Il risultato è che il consumo di questi cibi è associato a 32 esiti negativi per la salute. Le prove più solide riguardano le malattie cardiovascolari, con un rischio di morte più alto del 50 per cento, e il diabete di tipo 2, con un aumento del 12 per cento. Il rischio di mortalità complessiva cresce del 21 per cento.
La categoria è più ampia di quanto si immagini: non ci sono solo merendine e snack, ma anche cereali, bibite gassate, piatti pronti e prodotti da forno, spesso ricchi di zuccheri e grassi e poveri di fibre. Gli stessi autori sottolineano però i limiti della ricerca, che non dimostra un rapporto di causa-effetto. Per questo i risultati vengono letti come un forte campanello d'allarme, più che come una prova definitiva.
Da qui nasce l'appello alla politica sanitaria: ridurre l'esposizione a questi alimenti con misure pubbliche, anche perché il loro consumo sta crescendo pure nei Paesi a medio e basso reddito.
Nei Paesi ad alto reddito, una parte consistente di ciò che finisce nel piatto ogni giorno esce da una lavorazione industriale lunga e complessa: circa il 60 percento delle calorie quotidiane, e nei casi estremi fino all'80 percento. Da questo dato parte una nuova revisione scientifica pubblicata sul British Medical Journal, che ha messo in fila le evidenze disponibili sui cibi ultraprocessati e le loro conseguenze sulla salute.
Il lavoro è il più approfondito finora sul tema. È stato guidato da ricercatori australiani del Food & Mood Centre dell'Università Deakin e coordinato dal professor Wolfgang Marx, dell'Istituto per la salute mentale e fisica dell'ateneo. Hanno collaborato studiosi di vari istituti, tra cui il Dipartimento di Epidemiologia della Johns Hopkins University negli Stati Uniti, l'Università Sorbona di Parigi, la Scuola di Biotecnologie di Dublino e la James Cook University. Il titolo dello studio è «Ultra-processed food exposure and adverse health outcomes: umbrella review of epidemiological meta-analyses».
Il metodo è quello della cosiddetta umbrella review: gli autori hanno analizzato statisticamente i dati di revisioni sistematiche, meta-analisi e studi di coorte condotti tra il 2009 e il 2023. Nell'analisi finale sono entrati 14 articoli, reperiti su database come Embase, MEDLINE e PsycINFO, per un totale di circa 10 milioni di persone coinvolte.
Il risultato è che il consumo di questi alimenti è associato a 32 esiti avversi per la salute, il 71 percento di quelli esaminati. Una maggiore esposizione ha comportato un aumento del 50 percento del rischio di morte per malattie cardiovascolari e del 12 percento del rischio di diabete di tipo 2: in questi due casi le prove sono state definite «convincenti». Evidenze «altamente suggestive» riguardano invece il rischio di morte per malattie cardiache (66 percento in più), la depressione (22 percento), i disturbi del sonno (41 percento), il respiro sibilante (40 percento) e l'obesità (55 percento). Nel complesso, il rischio di mortalità per tutte le cause risulta aumentato del 21 percento. Per il cancro le evidenze sono suggestive o deboli; l'articolo ricorda anche uno studio del 2022 citato dall'AIRC, che aveva rilevato un rischio di tumore del colon superiore del 30 percento.
La categoria è più ampia di quanto si pensi. Non comprende soltanto dolci, merendine e snack confezionati, il cosiddetto junk food, ma anche cereali per la colazione, bevande gassate, primi e secondi pronti da scaldare e prodotti da forno. Questi alimenti contengono additivi, coloranti, emulsionanti e altri composti chimici e, come spiegano gli autori in un comunicato, sono spesso ricchi di zuccheri e grassi e poveri di vitamine e fibre. Molti vi ricorrono per comodità e rapidità, mentre dietologi e nutrizionisti li sconsigliano da tempo.
I limiti, però, sono dichiarati. Trattandosi di una revisione di meta-analisi, lo studio non dimostra rapporti di causa-effetto e non può tenere conto dei potenziali fattori confondenti. Per questo non è la «pistola fumante», ma rende più concrete le prove aneddotiche emerse da ricerche indipendenti. Secondo gli autori, l'ampiezza del campione e il rigore statistico offrono comunque indicazioni abbastanza solide, da confermare con ricerche più approfondite.
Il messaggio dei ricercatori guarda alla politica sanitaria: questi risultati dovrebbero sostenere nuove misure di sanità pubblica per ridurre l'esposizione ai cibi ultraprocessati. Il consumo, inoltre, sta peggiorando anche nei Paesi a medio e basso reddito, il che rende la questione tutt'altro che limitata alle economie più ricche.
Bemerkenswerte Zitate
Gli alimenti ultraprocessati sono spesso ricchi di zuccheri e grassi e poveri di vitamine e fibre.— Autori dello studio, in un comunicato stampa