Sul palco del Festival dello Sport di Trento, Giovanni Carnevali ha offerto una riflessione rara nel calcio moderno: la pazienza come virtù fondante. L'amministratore delegato della Juventus, arrivato dopo tredici anni al Sassuolo, ha riconosciuto che ricostruire qualcosa di grande richiede tempo, sacrificio e la capacità di resistere alle scorciatoie. In un'epoca in cui la vittoria si pretende immediata, la sua promessa non è un trofeo domani, ma un metodo — e quella distinzione, nel calcio come nella vita, è tutto.
Carnevali al Festival: «Juve già competitiva, nel futuro più italiani»
L'unica cosa che conta è vincere, però devi capire come farlo
Carnevali dice che la squadra è già competitiva ma serve tempo per vincere. Come si concilia questa fiducia con il fatto che hanno cambiato otto giocatori in estate?
Non è una contraddizione. Competitivo significa che puoi stare in partita, che hai qualità. Ma quando cambi così tanto, i giocatori devono imparare a giocare insieme. È la differenza tra avere i pezzi e avere un puzzle montato.
Ma quanto tempo? Dice «serve tempo» ma non dice quanto. E la Juventus non è una squadra che può permettersi di aspettare troppo — i tifosi, la società, gli sponsor non aspettano.
Parla molto di Alajbegovic come esempio della sua strategia di mercato. Perché un giovane bosniaco è così importante?
Perché rappresenta il compromesso che Carnevali deve fare. Non può comprare i top player mondiali — non ha il budget di Manchester City o PSG. Allora compra giovani di talento, li sviluppa, e se vanno bene li rivende a ottanta milioni. È come una fabbrica.
Ma il Chelsea aveva offerto di più. Quindi la domanda è: Alajbegovic è davvero il futuro, o è solo il miglior compromesso che potevano permettersi?
Dice che non si accontentano del quarto posto, che l'unica cosa che conta è vincere. Ma il quarto posto è la Champions League.
Esatto. E quello è il punto. Per la Juventus, il quarto posto è un fallimento. Per quasi tutte le altre squadre sarebbe un successo. Carnevali sta dicendo che non vuole vivere in quel mondo grigio.
Però il quarto posto è anche realistico. Dicono che vogliono vincere lo scudetto, ma hanno appena cambiato otto giocatori e il campionato è già iniziato. Tra le intenzioni e la realtà c'è sempre uno spazio.
Cosa ne pensi della critica sulla pausa internazionale?
È una critica vera. Se hai appena cambiato mezza squadra, la pausa internazionale è un disastro. Perdi due settimane di allenamenti insieme, e quando torni i giocatori sono stanchi.
Ma è una critica che fanno tutti. Non è una scusa, è una realtà del calendario. La domanda è: gli altri club hanno lo stesso problema, quindi perché la Juventus dovrebbe soffrirne di più?
Le Pouls
- La Juventus ha attraversato un'estate di trasformazione radicale: otto nuovi acquisti e un'identità ancora in cerca di equilibrio sul campo.
- Il rischio di perdere Alajbegovic al Chelsea ha messo a nudo la tensione strutturale tra le ambizioni bianconere e il potere economico dei top club europei.
- Infortuni numerosi e una pausa internazionale giudicata eccessiva hanno rallentato il processo di amalgama, lasciando la squadra con soli sette giocatori disponibili in alcuni allenamenti.
- Carnevali rifiuta il quarto posto come traguardo accettabile e rivendica la cultura della vittoria come unico orizzonte legittimo per la Juventus.
- La risposta del pubblico — tre giovani tifosi e una sala che esplode al 'Forza Juve' — suggerisce che la fiducia nel progetto è fragile ma ancora viva, in attesa di conferme concrete.
Sul palco del Festival dello Sport di Trento, Giovanni Carnevali ha offerto una riflessione rara nel calcio moderno: la pazienza come virtù fondante. L'amministratore delegato della Juventus, arrivato dopo tredici anni al Sassuolo, ha riconosciuto che ricostruire qualcosa di grande richiede tempo, sacrificio e la capacità di resistere alle scorciatoie. In un'epoca in cui la vittoria si pretende immediata, la sua promessa non è un trofeo domani, ma un metodo — e quella distinzione, nel calcio come nella vita, è tutto.
Giovanni Carnevali sale sul palco della sala Filarmonica di Trento con la consapevolezza di chi ha già costruito qualcosa di straordinario — tredici anni al Sassuolo — e ora si trova a ricostruire in un contesto più grande e più esigente. Quando John Elkann lo ha chiamato, ha pianto. Non solo per la gioia, ma per il peso di lasciare una famiglia che aveva creduto in lui. Ora crede in questa nuova missione, e lo dice senza retorica.
L'estate è stata un cantiere aperto: otto nuovi acquisti per ridisegnare la squadra, da Kolo Muani a Vicario, passando per Conceiçao e Yildiz. Ma il caso che racconta meglio la filosofia di Carnevali è quello di Alajbegovic, il fantasista bosniaco su cui il Chelsea aveva presentato un'offerta superiore. Non si può competere con quella economia, spiega il dirigente — altrimenti si finisce come l'Inter con Palestra. La Juventus ha pagato quello che riteneva giusto e lo ha trattenuto: giovani di prospettiva, rivendibili a settanta o ottanta milioni, sono il cuore del modello.
Sulla vittoria, Carnevali non scappa dalla domanda. La squadra è competitiva, ma ha cambiato tanto e serve tempo. L'obiettivo non è il quarto posto — quello è diventato un discorso di business, di Champions o bagno di sangue. L'unica cosa che conta è vincere, come insegnava Boniperti. Gli infortuni hanno colpito duramente, più di quanto abbia mai visto, e la pausa internazionale troppo lunga ha sottratto settimane preziose per costruire intesa e identità collettiva.
Quando chiude con un «Forza Juve», la sala esplode. Carnevali non promette il trofeo domani. Promette il lavoro, il tempo, la costruzione. E nel calcio contemporaneo, quella è già una posizione coraggiosa.
Giovanni Carnevali sale sul palco della sala Filarmonica di Trento con una certezza e una promessa. L'amministratore delegato della Juventus, parlando al Festival dello Sport, disegna il presente e il futuro del club con la precisione di chi ha costruito qualcosa di straordinario altrove e ora si trova a ricostruire qui. La squadra, dice, è già competitiva. Ma vincere — quello che conta davvero — richiede tempo.
Carnevali arriva alla Juventus da poco, e il suo percorso racconta di una carriera costruita nelle province del calcio italiano prima di approdare a Torino. Tredici anni al Sassuolo, dove ha aiutato a edificare qualcosa che lui stesso definisce straordinario. Quando la chiamata è arrivata, da John Elkann, ha pianto. Non per gioia soltanto, ma per il peso di lasciare una famiglia — gli Squinzi — che lo aveva creduto. Ora crede in questa nuova missione, e lo dice senza retorica: Elkann è un uomo straordinario, e tutti devono fare qualcosa di più per riconoscenza verso di lui.
L'estate è stata un cantiere. Otto nuovi acquisti: Kolo Muani al centro dell'attacco, Conceiçao sulla destra, Yildiz sulla sinistra, poi Lucumì, Ekhator, Celik, Vicario, Grabara, Woltemade, Sarr. E il ritorno di Neto. Ma il vero focus di Carnevali è su Alajbegovic, il fantasista bosniaco che rappresenta la filosofia di mercato che il dirigente vuole imporre: giovani di prospettiva, giocatori che possono essere rivenduti a settanta, ottanta milioni. Il Chelsea aveva fatto un'offerta superiore. Non si può competere con quella economia, spiega Carnevali, altrimenti si finisce come l'Inter con Palestra. Il rischio di perderlo era concreto, ma la Juventus ha pagato quello che riteneva giusto e l'ha trattenuto.
Quando gli chiedono quando arriverà la vittoria, Carnevali non scappa. La squadra è competitiva, ma hanno cambiato tanto e serve tempo. Fosse per lui vincerebbe domani, ma non è semplice. Sanno da dove sono partiti e cosa stanno facendo. L'obiettivo di tutti è ottenere qualcosa di straordinario grazie ai sacrifici. Non si accontenta del quarto posto — quello è diventato un discorso di business, di Champions o bagno di sangue. No. L'unica cosa che conta è vincere, come diceva Giampiero Boniperti.
Sulla strategia futura, Carnevali è cauto. Una cessione illustre? Vogliono una squadra competitiva, ma hanno limiti che devono rispettare. Hanno ragazzi in prestito con opzioni di riscatto: magari basta quello. Per adesso sono concentrati sui risultati.
Non manda a dire su altre questioni. Conte è amico e allenatore top, ma non è mai stato nei loro pensieri. Spalletti è uno capace, uno che insegna — vorrebbe far venire a vedere un allenamento. Marotta? Amico, hanno lavorato insieme, ma lui rappresenta l'Inter e Carnevali lavora per la Juve. Le trattative con lui sono state massacranti, racconta sorridendo, ognuno voleva di più per sé. Gli infortuni hanno colpito duramente, più di quanto abbia mai visto in vita sua. E la pausa internazionale è troppo lunga: ci sono stati allenamenti con soli sette ragazzi. Non è possibile. Hanno iniziato tardi per il Mondiale e hanno buttato via un periodo buono per conoscersi.
Quando chiude con un «Forza Juve», la sala Filarmonica esplode. Tre giovani tifosi bianconeri, uno di dodici anni che fa il difensore centrale, avevano già detto tutto quello che serviva sapere: torneremo presto a vincere. Carnevali non promette domani. Promette il lavoro, il tempo, la costruzione. E quella è una promessa che pesa.
Citations marquantes
La nostra è già una squadra competitiva, però abbiamo cambiato tanto e ci serve tempo. Fosse per me vincerei domani, però non è semplice.— Giovanni Carnevali, amministratore delegato della Juventus
Ho lavorato 13 anni al Sassuolo, abbiamo costruito qualcosa di straordinario. In quel momento ho pianto, lasciavo una famiglia, cioè gli Squinzi.— Giovanni Carnevali, sulla partenza dal Sassuolo