Bread pairing: a Roma il pane diventa parte integrante della degustazione

Il pane non è accompagnamento, ma parte del piatto stesso
Lo chef Marco Benedetti spiega la filosofia dietro il bread pairing di Gordito.
Mark

Allora, il bread pairing è davvero una novità, o è solo un nome nuovo per quello che facciamo già quando intingiamo il pane nel sugo?

Mimi

È entrambe le cose. La scarpetta è un gesto antico, ma quello che Benedetti fa è diverso: non è casuale. Ogni pane è stato pensato, testato, prodotto per un piatto specifico. Non è accompagnamento, è dialogo.

Luke

Ma come si misura se funziona? Cioè, chi decide che il pane di grano arso è quello giusto per la lingua con chimicurri? È il gusto dello chef, o c'è una logica dietro?

Mimi

Entrambe. C'è la tecnica — il grano arso ha caratteristiche specifiche di sapore e struttura — e c'è l'intuizione dello chef. Benedetti ha studiato con maestri importanti, ha anni di esperienza.

Mark

Quaranta euro per il percorso degustativo. È caro, considerando che il pane è pane?

Mimi

Non è solo pane. È ricerca di farine, lievitazioni lunghe, panificazione quotidiana interna. È parte della proposta gastronomica complessiva.

Luke

Ma quanti clienti effettivamente capiscono la differenza tra il pane di grano arso e un altro pane? O è una cosa che funziona solo per chi ha già una certa cultura del cibo?

Mimi

Probabilmente inizia così, ma il fatto che i clienti abituali chiedano di comprare il pane suggerisce che qualcosa funziona a livello istintivo, non solo intellettuale.

Mark

Benedetti ha lavorato con Niederkofler, il tristellato. Quanto di quella esperienza si vede nel menu?

Mimi

L'approccio essenziale, la valorizzazione della materia prima, le fermentazioni. Ma Gordito non è una copia: è una sintesi di Sicilia, Alto Adige e Roma.

Luke

Una cosa che mi incuriosisce: dice che le farine cambiano in base alle stagioni. Significa che il bread pairing cambia continuamente? Non c'è un menu fisso?

Mimi

Esatto. È un percorso che evolve. Quello che mangi a ottobre non è quello che mangerai a marzo.

Mark

Quindi è un ristorante che richiede di tornarci, per scoprire come cambia?

Mimi

Sì, ma anche per capire come il pane racconta il territorio e il momento dell'anno.

  • Il pane, da sempre relegato al bordo del piatto, rivendica il centro della scena in un ristorante romano che ne fa il filo conduttore dell'intera degustazione.
  • Lo chef Marco Benedetti impasta ogni mattina nel laboratorio interno usando lievito madre e farine che cambiano con le stagioni, dalla Tumminia siciliana al grano arso, dal farro ai blend di grani antichi.
  • Il percorso a quaranta euro costruisce abbinamenti inediti: focaccia al rosmarino con lo scampo, pane di grano arso con la lingua, panino al cacao e noci per il fegato in agrodolce.
  • I clienti abituali chiedono di portare il pane a casa: un segnale che la ricerca ha toccato qualcosa di più profondo del semplice appetito.
  • Il bread pairing si afferma come proposta culturale oltre che culinaria, elevando la scarpetta — gesto antico e popolare — a principio fondante di una cucina che non vuole sprecare nulla.

A Roma, dove il pane è da sempre presenza silenziosa sulla tavola, un giovane chef ha deciso di restituirgli voce e centralità. Da settembre 2025, nel quartiere di Vigna Clara, Gordito propone il bread pairing: ogni pane — impastato ogni giorno con lievito madre, farine antiche e lunghe lievitazioni — è concepito per dialogare con uno specifico piatto, trasformando un gesto quotidiano in atto gastronomico consapevole. È il racconto di un cuoco che ha attraversato la Sicilia, le Eolie e l'Alto Adige per tornare nella capitale con una domanda semplice e radicale: e se il pane fosse il piatto?

A Roma, nel settembre 2025, Marco Benedetti ha aperto Gordito a Vigna Clara con un'idea precisa: applicare al pane lo stesso principio che da anni governa l'abbinamento dei vini. Il bread pairing nasce così — ogni fetta, ogni focaccia, ogni panino pensato e realizzato per dialogare con uno specifico piatto del menu.

Benedetti, trentaquattro anni, romano di Montesacro, ha costruito il suo percorso tra la Sicilia e l'Alto Adige. Tre anni al Signum di Salina, ristorante stellato delle Eolie, dove ha approfondito la cucina di territorio e si è avvicinato alla panificazione grazie al mastro fornaio Francesco Arena. Poi un corso ad Altamura e l'esperienza con lo chef tristellato Norbert Niederkofler, che gli ha trasmesso un approccio essenziale, centrato sulla materia prima e sulle fermentazioni. Tutte queste influenze convivono oggi nel menu di Gordito.

Ogni giorno, nel laboratorio interno, Benedetti produce il pane con lievito madre, farine selezionate e lunghe lievitazioni. Le farine cambiano con le stagioni: dalla Tumminia ai grani antichi, dal grano arso al farro. Non è un cestino di pane fatto in casa, ma una narrazione culinaria: ogni pane nasce per amplificare i sapori e raccontare il percorso gastronomico della cucina.

Il percorso degustativo a quaranta euro apre con scampo e lardo di maiale mangalico accompagnati da focaccia al rosmarino, prosegue con lingua e chimicurri fermentato nel miele serviti con pane di grano arso, poi tagliatelle al ragù di cinghiale con pane di mais e fegato in agrodolce dentro un panino al cacao e noci. A chiudere, una brioche di Tumminia con crema al caprino e frutti rossi, sintesi delle influenze mediterranee e alpine dello chef.

Al fianco di Benedetti lavora lo chef Emanuele La Corte, mentre l'accoglienza è affidata ad Annalisa Postiglione. Che i clienti chiedano spesso di portare il pane a casa dice molto: Gordito ha trasformato la scarpetta — gesto antico, povero, universale — in principio fondamentale della degustazione.

A Roma, il pane ha smesso di essere un semplice accompagnamento al piatto. Nel settembre 2025, Marco Benedetti ha aperto Gordito a Vigna Clara con un'idea precisa: trasformare il pane in protagonista della degustazione, seguendo lo stesso principio che da anni governa l'abbinamento dei vini. Quello che era il wine pairing — la ricerca del vino ideale per ogni portata — diventa qui bread pairing, un percorso dove ogni fetta, ogni focaccia, ogni panino è stato pensato e realizzato per dialogare con uno specifico piatto del menu.

Benedetti, trentaquattro anni, romano di Montesacro, ha costruito il suo percorso professionale tra la Sicilia e l'Alto Adige prima di tornare nella capitale. Ha lavorato per tre anni al Signum di Salina, ristorante stellato delle Eolie, dove ha approfondito una cucina legata al territorio e ha iniziato a interessarsi seriamente alla panificazione grazie al mastro fornaio Francesco Arena. Successivamente ha frequentato un corso di panificazione ad Altamura e ha trascorso nove anni a Salina, dove la passione per il pane si è consolidata. L'esperienza con lo chef tristellato Norbert Niederkofler gli ha fornito un approccio più essenziale e tecnico, basato sulla valorizzazione della materia prima e sulle fermentazioni. Tutte queste influenze — la Sicilia, il Mediterraneo, il lavoro sui grani antichi, le fermentazioni — convivono oggi nel menu di Gordito.

Ogni giorno, nel laboratorio interno del ristorante, Benedetti produce il pane utilizzando lievito madre, farine selezionate e lunghe lievitazioni. Le farine cambiano in base alle preparazioni e alle stagioni: dalla Tumminia siciliana ai blend di grani antichi, dal grano arso al farro. Non è un semplice cestino di pane fatto in casa, per quanto ottimo, ma fette, panini e focacce che diventano protagoniste della narrazione culinaria. Lo chef spiega che il pane non è un accompagnamento, ma parte del piatto stesso. Ogni pane nasce per amplificare i sapori, creare equilibrio e raccontare qualcosa del percorso gastronomico della cucina.

Il percorso degustativo, proposto a quaranta euro, inizia con lo scampo e lardo di maiale mangalico accompagnato da una focaccia al rosmarino. Prosegue con la lingua, chimicurri fermentato nel miele e zabaione, serviti con pane di grano arso. Le tagliatelle al ragù di cinghiale arrivano con pane di mais, mentre il fegato e cipolle in agrodolce viene presentato dentro un panino aperto al cacao e noci. A chiudere il percorso una brioche di Tumminia, grano antico siciliano, con crema al caprino e frutti rossi, un dessert che racchiude molte delle influenze mediterranee e alpine presenti nella cucina del ristorante.

La cucina di Gordito è costruita attorno a una visione dove ogni piatto è una storia di gusto e di cura, di visione e di sperimentazione. I prodotti del territorio sono la base e il tema delle fermentazioni è centrale. Il bread pairing si esalta proprio in questo contesto, dove il pane non è casuale ma studiato per creare contrasti, accompagnare consistenze e raccontare il percorso attraverso memoria, tecnica e territori. Al fianco di Benedetti lavora lo chef Emanuele La Corte, che porta la propria esperienza maturata nella ristorazione romana, mentre l'accoglienza è affidata ad Annalisa Postiglione. È accaduto spesso che i clienti abituali chiedessero di acquistare il pane per portarlo a casa, un segnale che la ricerca di Benedetti ha toccato qualcosa di profondo nel rapporto tra il commensale e la tavola.

Oltre al percorso degustativo con bread pairing, il ristorante propone un menu alla carta con specialità stagionali che riflettono la stessa creatività e sperimentazione. La scarpetta — il rito povero di non sprecare nulla, di gustare il sugo fino a portarlo via del tutto pucciandoci il pane dentro — è un piacere che ormai, tranne in occasioni molto formali, è accettato e praticato da tutti. Gordito lo ha elevato a principio fondamentale della sua proposta, trasformando quello che era un gesto quotidiano in un elemento centrale della degustazione.

Per me il pane non è un accompagnamento, ma parte del piatto stesso. Ogni pane nasce per dialogare con quello che arriva nel piatto: deve amplificare i sapori, creare equilibrio e raccontare qualcosa del nostro percorso.
— Marco Benedetti, chef di Gordito
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