Nel mezzo di un confronto che molti tracciano da un capo all'altro del mondo, la stagione elettorale di fine ottobre ricorda che ogni voto porta con sé una storia nazionale che non si lascia ridurre a un'unica onda. In Brasile la vittoria di Lula dice che i poveri del Nordest continuano a guardare a sinistra, mentre in Israele Netanyahu ha raccolto una maggioranza relativa costruita soprattutto sul tema della sicurezza. Il paragone con la destra globale resta utile solo se non cancella queste differenze, e il vero banco di prova, come spesso accade, arriverà più avanti, con le presidenziali am
Brasile e Israele: due elezioni da non confondere, tra sinistra, destra e sicurezza
Ogni Paese fa storia a sé.
Perché l'autore insiste tanto sul non confondere Brasile e Israele?
Perché circolava l'idea di una lista di leader di destra da battere uno dopo l'altro, prima Bolsonaro, poi Netanyahu. Lui dice che le cause del voto sono locali.
Cosa distingue i due casi?
In Brasile è un duello sinistra-destra, con i poveri del Nordest che votano Lula. In Israele conta la sicurezza più dell'economia.
Attenzione, però: è un editoriale. Che Netanyahu abbia lasciato a metà la guerra con l'Iran per chiedere un nuovo mandato è una lettura dell'autore, non un fatto dimostrato.
Lo stesso vale per la sicurezza come motivo del voto?
Sì. L'autore stesso ammette che è difficile interpretare i sentimenti di un popolo dall'esterno. È un'inferenza dal risultato.
Un dato resta solido nel testo: Netanyahu ha una maggioranza relativa, primo partito e prima coalizione, ma senza i numeri per governare.
E il giudizio sui crimini di guerra?
È un'affermazione dell'autore, qui senza prove o riferimenti. Va letta come opinione.
Lo sguardo in avanti è il 2028, con Vance più probabile di Rubio. Anche questa è una previsione, non un dato.
El Pulso
- Un lettore legge la vittoria di Lula come un colpo all'onda Maga, e la risposta del Corriere ribatte che i paragoni affrettati rischiano di confondere le cause.
- Netanyahu resta il primo partito ma senza maggioranza assoluta, e la sua campagna ha puntato tutto sulla paura per la sicurezza più che sui conti economici.
- Il Nordest brasiliano, la regione più povera, ha votato in massa per Lula, sfidando la tendenza europea in cui i ceti popolari si spostano verso destra.
- Negli Stati Uniti i democratici e i repubblicani si preparano già al 2028, con Vance e Rubio in corsa per la successione e Trump che attende la prova decisiva.
Nel mezzo di un confronto che molti tracciano da un capo all'altro del mondo, la stagione elettorale di fine ottobre ricorda che ogni voto porta con sé una storia nazionale che non si lascia ridurre a un'unica onda. In Brasile la vittoria di Lula dice che i poveri del Nordest continuano a guardare a sinistra, mentre in Israele Netanyahu ha raccolto una maggioranza relativa costruita soprattutto sul tema della sicurezza. Il paragone con la destra globale resta utile solo se non cancella queste differenze, e il vero banco di prova, come spesso accade, arriverà più avanti, con le presidenziali americane del 2028.
Sulla pagina delle lettere del Corriere della Sera, una risposta di fine ottobre prova a fare chiarezza su un paragone che circola da giorni: quello tra il voto brasiliano e quello israeliano. Un lettore aveva letto la vittoria di Lula come una battuta d'arresto dell'onda Maga e aveva descritto Netanyahu come un leader indebolito. L'autore ribatte che Netanyahu non è affatto debole, perché la guerra gli ha dato forza, e che il suo partito resta il primo, pur senza una maggioranza assoluta.
Il Brasile, secondo l'autore, ha offerto un duello classico tra sinistra e destra. Lula ha dovuto moderarsi una volta al governo, mentre Bolsonaro resta dichiaratamente estremo. Il dato più significativo è il Nordest, la regione meno sviluppata, che ha votato in massa per Lula: lì i poveri scelgono ancora la sinistra, cosa che in Europa non accade.
In Israele il voto si è giocato soprattutto sulla sicurezza, più che sull'economia. L'autore riconosce la difficoltà di giudicare dall'esterno, ma non condivide la valutazione della maggioranza relativa degli israeliani, e ribadisce che le accuse di crimini di guerra contro Netanyahu pesano sull'isolamento del Paese.
Infine lo sguardo si sposta sugli Stati Uniti. Le elezioni di metà mandato raramente vanno bene al presidente in carica, e la vera partita per la Casa Bianca si giocherà tra due anni, con Vance o Rubio in lizza tra i repubblicani.
Sulla pagina delle lettere del Corriere della sera, una risposta di fine ottobre prova a rimettere ordine in un paragone che circola da giorni: quello tra il voto brasiliano e quello israeliano. Il punto di partenza è la lettera di un lettore, che legge la vittoria di Lula come una battuta d'arresto dell'onda Maga americana, e vede in Netanyahu un leader indebolito.
La risposta parte dalla correzione. Su quella pagina, scrive l'autore, si è sempre sostenuto il contrario: Benjamin Netanyahu non è affatto un leader debole, perché la guerra gli fa gioco. Avrebbe lasciato a metà il conflitto contro l'Iran in modo deliberato, per chiedere agli israeliani un nuovo mandato. Ha ottenuto una maggioranza relativa, che non basta per governare, ma il suo partito resta il primo e la sua coalizione è la prima coalizione.
In Rete, ricorda l'autore, giravano elenchi di leader di destra da far fuori nelle urne: prima Bolsonaro, poi Netanyahu. Ma non è la stessa cosa. Un legame tra le destre sovraniste e nazionaliste esiste, e secondo l'autore il loro vero capo non è Trump, bensì i padroni della Rete, dell'intelligenza artificiale e della tecnofinanza. Tuttavia, ogni Paese fa storia a sé.
Il Brasile ha offerto un duello classico tra sinistra e destra. La sinistra di Lula è stata estremista, ma alla prova del governo ha dovuto assumere posizioni più ragionevoli, non anticapitaliste. La destra di Bolsonaro è dichiaratamente estrema, se non fascistoide. L'autore ipotizza che una destra moderata, come quella di Fernando Henrique Cardoso, avrebbe forse avuto la meglio. Lula ha fatto il pieno di voti nel Nordest, la regione meno sviluppata del Paese: in Brasile i poveri votano ancora a sinistra, cosa che in Europa non accade.
In Israele, invece, si vota meno sull'economia, anche se il bilancio di Netanyahu non è negativo in un Paese di start up e di grande avanzamento tecnologico. Si vota sulla sicurezza. Per l'autore, la maggioranza relativa degli israeliani ha evidentemente giudicato il Paese più sicuro con lui. In Europa quasi nessuno condivide questa valutazione, e l'autore dice di non fare eccezione, pur riconoscendo che è molto difficile giudicare dall'esterno e interpretare i sentimenti di un popolo.
Resta però un giudizio netto: Netanyahu si è macchiato di crimini di guerra, e l'idea di affrontare i nemici senza offrire una soluzione non ad Hamas ma al popolo palestinese non potrà che acuire, alla lunga, l'isolamento di Israele.
Sulle elezioni di mid-term americane, l'autore osserva che raramente vanno bene al presidente in carica e non vede perché dovrebbero andare bene a Trump. La partita vera, però, si giocherà tra due anni per la Casa Bianca. Si vedrà chi sarà il candidato democratico e chi prevarrà tra i repubblicani, Rubio o, più probabilmente, Vance.
Citas Notables
Non dobbiamo commettere l'errore di confondere le elezioni brasiliane con quelle israeliane.— Risposta dell'editorialista, Corriere della Sera